Che grande rimpianto c’è su quella collina piena di sole e di verde.

Era talmente tanto il silenzio tra gli alberi gialli e rossi del San Martino, domenica mattina, che quasi si sentivano ancora gli echi di chi dentro quei muri, per lunghi anni, ha lottato contro demoni invisibili, dialogato con personaggi fantastici, detto addio alla normalità (ma ne esiste una uguale per tutti?).

Ciò che resta dell’ex ospedale psichiatrico che dal 1882 al 1991 ospitò a Como pazienti in fuga da mondi ostili e prigionieri di disperazioni, oggi è poco più di quello: silenzio. E tanto abbandono intorno.

Sì certo, qualche attività funziona ancora: il Cral – nome anch’esso con un sapore antico -, la chiesetta ortodossa in fondo a un viale, qualche stanzone sotto le insegne (spesso accartocciate) di Ats Insubria, proprietaria dell’area. E poi, l’Arca (che un’idea l’ha avanzata) e l’Hospice, luoghi, questi sì, dove cura, amore e sofferenza trovano l’unione più alta. Ma la vita quotidiana attorno, quella che meriterebbe questo colle coloratissimo eppure vagamente spettrale nel mastodonte al centro – quella che darebbe linfa nuova alle radici del luogo, senza dimenticare chi c’è ancora e chi c’è stato – è assente.


Ripeterlo ogni anno è tanto inutile quanto doveroso. Perché il San Martino – che nemmeno custodisce più l’archivio del vecchio manicomio, finito a Lodi, tra nebbie lontane che rievocano quelle perfide e dense che possono infiltrarsi nella mente – oggi è un grande punto di domanda sulla città. Fatto di cemento e crepe, da cui però la luce non filtra. Nessun progetto pubblico reale (solo lo studio di fattibilità della Provincia), nessuna verità su tanta storia oltraggiata dalle spallucce di una città chiusa fuori dal cancellone, a inizio salita.


E pensare che – sembra un secolo ma è solo ieri – la ruota del tempo, nel giugno scorso, era tornata a segnare l’ora del colle, proprio come l’orologio rotto che, per inerzia, due volte al giorno c’azzecca per forza. Si votava, a inizio estate.
E allora ecco tornare il San Martino anabolizzato da promesse, parchi urbani, nuove scuole, persino anfiteatro e rilanci e recuperi fantasmagorici: ogni candidato con la proposta geniale e “fattibile” per riportare la vita là dove adesso è assente. Un tourbillon di idee e dibattiti infuocati, rilanci, disegni e magnifiche sorti. Poco progressive, però: chiuse le urne, celebrato il grande rito (sempre meno) collettivo del voto, il San Martino è finito nel gorgo del nulla dove sonnecchia da decenni, immutato. Anzi no, invecchiato e nemmeno benissimo.


Quanto stridevano, ieri, una magnifica domenica di novembre, il marchio dell’uomo – vetri rotti, finestre aperte, ante cadenti, palazzine infestate da rovi e forse da qualche fantasma – e lo splendore di una natura colorata come una ragazzina vanitosa e bellissima.


Quanto cozzavano il grigio pallido, malato, del casermone appisolato e le mille sfumature sfavillanti di alberi, siepi, fiumi di foglie gialle come l’oro tutte attorno al grande vecchio.

Lampi, poco più. Viene buio presto, la sera, d’autunno. E presto la tavolozza che si sforza di truccare quel faccione cementizio, si spegnerà per cause naturali.

Rifiorirà di un verde brillante verso marzo e come sempre sarà bellissimo. Non lo vedrà nessuno, naturalmente. Un anno in più, e rischierà di apparire quasi ridicola questa vecchia collina rugosa e mal tenuta, con tutto quel trucco in faccia. Che grande rimpianto, il San Martino.


