Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Punti di vista

Tumori e screening, calo diagnosi nel 2020. Vannelli: “Sicuri che il nemico contro cui combattiamo sia davvero la pandemia?”

Ospitiamo con grande piacere il contributo di Alberto Vannelli, primario di Chirurgia dell’Ospedale Valduce di Como e presidente Erone onlus. Il tema è centrale e occupa da tempo il dibattito scientifico. Il pensiero di Alberto Vannelli è l’occasione per affrontare con competenza, serietà e numeri una questione che in tempo di pandemia è ancora più delicata.

Di Alberto Vannelli

Avendo lavorato per oltre 10 anni all’Istituto Nazionale dei tumori, ho imparato che la guerra al cancro non si ferma mai e questo mese, dedicato alla prevenzione dei tumori colorettali, lo ricorda

I numeri della Federazione Italiana Società Malattie Apparato Digerente raccontano purtroppo di una battaglia persa: una recente indagine mostra come le riduzioni del volume delle attività gastroenterologiche specialistiche e delle campagne di screening, dovute alla pandemia, abbiano portato a un numero considerevole di diagnosi perse. L’Osservatorio Nazionale Screening ha confermato che nei primi mesi del 2020 c’è stato un calo delle diagnosi, la misura esatta e quello che potrà essere l’impatto, in termini di sopravvivenza, saranno più chiari solo nei prossimi anni.

Tutto vero, ma siamo sicuri che il nemico contro cui stiamo combattendo sia davvero la pandemia?

Secondo l’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, gli screening erano già ripartiti a maggio, purtroppo con molti distinguo da Nord a Sud e regioni a macchia di leopardo; così a fine anno il saldo, rispetto allo stesso periodo del 2019, è stato del 10 % in meno; il rischio contagio, inoltre, ha alimentato l’incertezza tra i cittadini e questo ha prodotto un’astensione alle campagne di screening, stimata in un ulteriore 20%.

La guerra dei dati non aiuta a fare chiarezza soprattutto quando non sono omogenei: lo screening è un’azione di sanità pubblica con la quale, la popolazione sana, è periodicamente invitata dalla propria azienda sanitaria a sottoporsi gratuitamente alla raccolta di un campione di feci per la ricerca del sangue occulto; è prevista in quasi tutta l’Italia, ma le fasce d’età sono diverse a seconda della regione; anche il tipo di screening non è uguale per tutti: il Piemonte propone la rettosigmoidoscopia una volta nella vita a 58 anni di età̀ e la ricerca del sangue occulto per coloro che non accettano la rettosigmoidoscopia.

Eppure dai dati dell’Osservatorio Nazionale Screening emerge con stupore che dopo l’espansione progressiva delle attività registrate fino al 2017, nel 2018 si è osservata una flessione del numero di invitati, che è stato di circa 300 mila persone in meno senza l’alibi della pandemia; l’adesione a livello nazionale era stata solo del 43% (considerata accettabile sopra il 45%), con valori maggiori del 50% al Nord, ma solo del 36% al Centro e 31% al Sud.

Insomma, se non proprio una Caporetto, certo non una vittoria. La decima edizione de “I numeri del cancro in Italia”, racconta di 513.500 cittadini italiani (280.300 uomini e 233.200 donne) con una diagnosi di tumore colorettale. Le cause genetiche coinvolgono poco più del 5 % delle diagnosi, a queste si aggiungano le raccomandazioni spesso disattese sugli stili di vita: corretta alimentazione, regolare attività fisica, attenzione all’alcol, niente fumo.

A voler ben guardare non c’è pandemia che tenga: il benessere dei cittadini ruota attorno al valore fondamentale della prevenzione. Il vero nemico quindi sembra essere l’indifferenza verso un modello che finisce per generare disinteresse; verrebbe da dire: colpiti da fuoco amico. È quindi fondamentale da parte nostra coinvolgere diversamente la cittadinanza con una propaganda più efficace, perché il 90% dei pazienti con un tumore colorettale, grazie ad una diagnosi precoce e un trattamento chirurgico tempestivo, potrebbe guarire.

A Como, solo nel 2017, sono stati segnalati circa 430 cittadini con una nuova diagnosi di tumore colorettale; l’aspetto più critico resta la bassa adesione alla campagna di screening che nel 2014 era appena superiore al 50%, con un rischio del 30% di diagnosi in stadio avanzato.

Non dobbiamo dimenticare che la sopravvivenza, legata allo stadio della malattia è circa del 95% a 5 anni se la malattia è iniziale, mentre scende al 10% nei casi metastatici. Ecco perché se nella coscienza collettiva la prevenzione è percepita come un bisogno e non come un’imposizione, abbiamo un fattore di salvaguardia efficace e un’arma in più contro il cancro. Quasi 20 anni fa l’ex Presidente Cossiga ci raccontava che “l’Italia è sempre stato un Paese incompiuto: il Risorgimento incompleto, la Vittoria mutilata, la Resistenza tradita, la Costituzione inattuata, la democrazia incompiuta”, è nostra responsabilità far in modo di non aggiungere la parola “prevenzione” a questa lunga lista.

Dott Alberto Vannelli
Presidente Erone onlus
Primario Chirurgia Ospedale Valduce – Como

Un commento

  1. Mah il problema non è il timore dei cittadini. Da giorni sto tentando di prenotare un esame diagnostico preventivo, ma tra errori del curante nelle prescrizioni, ottusità del personale che gestisce gli appuntamenti, ancora nulla di fatto. Mi dicono che con urgenza non c’è disponibilità. Ovviamente in regime di solvenza la disponibilità diventa pressoché immediata. Ciò è molto triste.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbe interessarti:

Videolab
Turismo