Non solo parapetti. A poco meno di due anni dalla consegna al Comune di Como dell’ultimo tratto di passeggiata a lago da parte di Regione Lombardia (era il luglio 2024) e mentre ancora non si è venuti a capo della tipologia di barriere da posizionare al posto degli storici timoni e ci si prepara ad un’altra estate con vista sulle recinzioni di cantiere, c’è un altro aspetto che finora è passato quasi inosservato, probabilmente travolto da querelle politiche più interessanti, ma che invece dovrebbe meritare la massima attenzione, soprattutto ora che la stagione turistica è ampiamente partita.
E soprattutto se si considera il fatto che si tratta di una questione unicamente in capo al Comune di Como: la cura del verde.

Perché da Sant’Agostino ai giardini a lago, mentre le fioriere sono piuttosto curate e sugli alberelli piantumati nel tratto antistante la biglietteria della Navigazione stanno spuntando nuove foglie, per il secondo anno consecutivo le aiuole che separano la passeggiata dalla carreggiata e delimitano la pista ciclopedonale sembrano essere state inspiegabilmente dimenticate dall’amministrazione comunale.

Dove ogni giorno passano centinaia di turisti, senza dimenticare i comaschi, nel luogo che dovrebbe essere il biglietto da visita della città, l’impressione è infatti quella di un eterno cantiere dimenticato tra sparuti tratti con piccoli cespugli di bosso che, però, si alternano a metri di aiuola coperta solo dal telo nero che impedisce la crescita di erbe infestanti, da ciò che resta di un po’ di corteccia e da un intrico di tubi per l’irrigazione.
Il punto più desolato? Paradossalmente proprio quello che dovrebbe essere il più bello, quello di fronte alla biglietteria della Navigazione e a piazza Cavour, dove non c’è mai stato altro che terra talmente indurita che faticano anche a crescere le erbacce, con un tombino rotto e scoperchiato e un cestino rivolto verso le auto che, per essere raggiunto, un domani prevedrà che si calpestino eventuali future violette.

Poi si passa all’ultimo tratto, quello che dalla piazza porta ai giardini a lago. Qui, a destra e a sinistra della frequentatissima ciclopedonale ci sono solo terra, sassi ed erbacce da cui spuntano, qua e là, tubi in plastica di un qualche sottoservizio (irrigazione? Illuminazione?) che aspetta ancora di trovare la sua identità mentre, per ora, contribuisce a mantenere quell’aria da eterno cantiere dimenticato a cui i comaschi si sono forse affezionati dopo 16 anni di lavori.

Infine il mistero più grande, l’aiuola su cui si trova la struttura che ospita i locali tecnici delle paratie. Qui non solo il porfido della passeggiata improvvisamente si interrompe contro un albero, ma a causa di necessità tecniche si è optato per un’aiuola “a dorso di mulo”, con una parte centrale più alta. Una forma che, abbinata ai vecchi cordoli di contenimento decisamente sottodimensionati e all’assenza di prato o piante, provoca un continuo dilavamento di terra e sassi che, ad ogni pioggia, arrivano sul marciapiede ricoprendolo.


E poi c’è la terra di nessuno, quella parte di giardini che era il deposito di materiali delle paratie e che, nonostante i lavori siano conclusi da due anni, è ancora recintata e sembrerebbe non fare parte del cantiere dei giardini a lago. Resta lì, abbandonata, con le erbacce che hanno cancellato il vialetto pedonale, in attesa che qualcuno si ricordi di liberarla.

Ma è proprio in questa zona che, ormai da due anni, succede una cosa su cui forse varrebbe la pena riflettere il giorno in cui il Comune deciderà che è arrivato il momento di prendersi cura del verde del lungolago. Chi avrà voglia di fermarsi qui per qualche minuto ad osservare, infatti, noterà un fenomeno che declassare a maleducazione da punire sarebbe un’occasione persa.

Si chiama “desire path” che, in pratica, altro non è che un tracciato creato dal ripetuto passaggio di persone che, provenendo da viale Rosselli, scelgono di attraversare la grande aiuola a ridosso dei locali tecnici per raggiungere i giardini a lago, senza dover percorrere il marciapiede fino alla zona dell’ex Tasell e tornare indietro.

Una scorciatoia? Sì. Ma soprattutto un esempio concreto di progettazione partecipata spontanea nel quale l’uso quotidiano da parte delle persone fa notare un “errore” di progettazione e suggerisce dove creare percorsi pedonali più funzionali. Una cosa che, già che non si è ancora presa in mano la questione prato e fiori vari, varrebbe la pena considerare, forse.
L’articolo che hai appena letto è uscito su ComoZero Periodico in distribuzione tra Como e provincia dal 30 aprile.


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