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912 giorni dopo i sindacati italiani e svizzeri non mollano e attaccano: “La tassa sulla salute è un’imposta non un contributo”

A due anni e mezzo dall’entrata in vigore della cosiddetta “tassa della salute”, introdotta dal Governo italiano con la legge di bilancio 2024 ma mai applicata, i sindacati italiani e svizzeri tornano a chiederne il ritiro definitivo.

Cgil, Cisl, Uil, Unia, Ocst, Syna, Vpod e Syindicom intervengono nuovamente sul contenzioso aperto relativo alla tassa della salute per le lavoratrici e i lavoratori frontalieri, alla luce del parere commissionato dal Canton Ticino a un autorevole docente dell’Università di Friburgo.

Secondo le organizzazioni sindacali, il nuovo parere giunge alle medesime conclusioni già sostenute dalle OO.SS. italiane e svizzere: la tassa della salute non sarebbe assimilabile a un contributo, ma a un’imposta e, di conseguenza, violerebbe il trattato internazionale del 2020 tra Italia e Svizzera, introducendo una doppia imposizione.

Questo nuovo elemento si aggiunge ai molti dubbi già sollevati in questi mesi: la forte opposizione sindacale, le numerose incertezze applicative, la reticenza di tre delle quattro Regioni confinanti con la Svizzera e gli indizi di incostituzionalità accertati dal parere legale commissionato dalle organizzazioni sindacali italiane e svizzere.

La tesi della legittimità della tassa della salute, e della sua utilità come strumento di deterrenza alla migrazione in Svizzera del personale sanitario, risulta oggi sempre più debole. Una posizione sostenuta ormai con ostinazione solo da Regione Lombardia, mentre la norma resta ancora priva di decreti attuativi a distanza di trenta mesi dalla sua entrata in vigore.

Le organizzazioni sindacali ribadiscono la propria determinazione a ricorrere alla Corte costituzionale nel caso di effettiva applicazione della tassa, per dimostrarne l’illegittimità. Al tempo stesso, chiedono l’abbandono definitivo del provvedimento e l’apertura di una discussione seria sui problemi che questa fase ha aperto nel lavoro frontaliero, a partire dalla sede propria del tavolo interministeriale costituito con la legge 83/23 e mai reso effettivamente operativo.

CGIL, CISL, UIL, UNIA, OCST, SYNA, VPOD e SYNDICOM esprimono inoltre forte preoccupazione per le conseguenze determinate da due anni di scontro sulla tassa. La vicenda ha prodotto caos interpretativo sugli obblighi fiscali delle lavoratrici e dei lavoratori frontalieri e ha determinato irrigidimenti da parte elvetica rispetto all’interpretazione del cosiddetto decreto omnibus per il lavoro trans-cantonale, che riguarda chi risiede in una provincia diversa da quella confinante con il Cantone in cui presta la propria attività.

A preoccupare è anche il rischio, molto concreto, che venga meno il trasferimento dei ristorni come conseguenza della violazione dell’accordo fiscale da parte dell’Italia. Una contromisura che, se attuata, produrrebbe un vero e proprio terremoto negli oltre 365 Comuni di confine, privandoli di risorse fondamentali per finanziare tanto la spesa corrente quanto gli investimenti delle comunità di frontiera.

“Per questo, i sindacati italiani e svizzeri invitano ancora una volta a riprendere la strada del dialogo, facendo prevalere il buon senso e il rispetto delle regole definite in questi anni, che hanno portato i Parlamenti italiano e svizzero ad approvare trattati e leggi attuative all’unanimità.

La richiesta è duplice: da parte italiana, ritirare una tassa ritenuta inutile ai fini della deterrenza alla migrazione in Svizzera del personale sanitario e di fatto inapplicabile; da parte svizzera, riconoscere l’applicazione dell’opzione prevista dal decreto omnibus per le lavoratrici e i lavoratori frontalieri trans-cantonali, garantendo il trasferimento dei ristorni fino al 2033, come previsto dal trattato internazionale del 2020 e dalle successive leggi applicative.

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