C’era una volta la fontana di rocce dei giardini a lago. E questa volta il verbo al passato è d’obbligo visto che oggi si sono ufficialmente conclusi i lavori di demolizione di uno dei simboli di questo luogo (iniziati qui). E chissà se i gradoni, previsti al suo posto nel progetto definitivo, riusciranno mai ad entrare nei ricordi dei bambini comaschi come ha fatto lei, quella “montagna” di rocce rosse ideata nel secondo dopoguerra dall’architetto Mario Musa, che ai tempi progettò i giardini come li abbiamo visti fino a qualche settimana fa.

Che non fosse la fontana di Trevi lo si sapeva, è ovvio. Ed è già un miracolo che la Soprintendenza abbia chiesto di preservare almeno il mascherone sul retro, che verrà ricollocato in una sorta di area museale nella futura Battery.

Ma quelle rocce scivolose a picco su un’acqua dal colore oggettivamente preoccupante sono senza dubbio tra i ricordi più belli di almeno un paio di generazioni di comaschi.

Perché se quelle pietre accatastate in attesa di essere portate in discarica potessero parlare, racconterebbero sicuramente di sfide memorabili a chi riusciva ad arrivare in cima e di sgridate, altrettanto memorabili, di mamme e nonne preoccupate vedendo gli Indiana Jones dei giardinetti tornare con le ginocchia sbucciate. E racconterebbero le risate e le chiacchiere delle ragazzine sedute sul bordo a guardare di sottecchi chi sarebbe riuscito a conquistare la vetta. E la ghiaia buttata nell’acqua dai più piccoli nonostante i divieti.

E i palloni da recuperare, spinti tra i suoi anfratti da inspiegabili correnti finché il più coraggioso si toglieva le scarpe ed entrava gridando “Che schifo ci sono le alghe!”. E poi i nonni con la barchetta elettrica appena regalata al nipotino da far navigare in una fontana che, per magia, diventava grande come un mare. E la coppia di anatre che avevano fatto nascere i loro anatroccoli proprio lì, tra le rocce. E racconterebbero anche dei primi baci, timidissimi, sotto gli occhi benevoli del mascherone, quando lì sulla pista si sfrecciava ancora sui pattini e sulle biciclette e non era un posto da cui stare lontani, che è meglio.

E poi ancora, nei lunghi anni di abbandono, con l’impianto rotto e, al posto dell’acqua e dei bambini, solo sporcizia, escrementi e qualche dose di droga nascosta, racconterebbero, forse un po’ commosse, anime delicate e speciali come quella di Luigi che se ne prendevano cura di nascosto (abbiamo raccontato di lui qui).

Perché la speranza che si potesse salvare, diciamolo, l’abbiamo avuta un po’tutti noi che lì abbiamo trascorso un’infanzia intera, in un impeto di nostalgia più forte di qualsiasi logica, di qualsiasi estetica, di qualsiasi luce a led, relazione tecnica o rendering futuristico. Perché nessun progetto, per quanto perfetto possa essere, sarà mai più bello di ricordi come quelli che racchiudeva quell’angolo forse un po’ malconcio, è vero, ma in cui si poteva sentirsi davvero bambini e non era lo sfondo, perfetto e forse un po’ plastificato, del Lake Como.