Venticinque anni sono un battito di ciglia per qualcuno, ma un’era geologica per il cinema. Dal 2000 a oggi, il grande schermo ha infatti subito una metamorfosi radicale: l’avvento del digitale, l’esplosione delle piattaforme di streaming che hanno reso l’offerta bulimica e apparentemente uniforme, e lo scivolamento progressivo oltre i confini del “secolo breve”. Come si può mappare un territorio così sfuggente, denso e contraddittorio?
La risposta prova a darla il critico cinematografico (e noto avvocato) comasco Marco Albanese con il suo nuovo volume “Oltre il Novecento: 25 anni di cinema in 100 film” (Stanze di Cinema editore) nel quale, invece di rifugiarsi nella classica – e quasi rassicurante – struttura della monografia d’autore, compie la scelta opposta e più coraggiosa: rimettere al centro i film, le loro immagini e le loro parole in un libro che nasce dall’esigenza di riordinare e far dialogare recensioni scritte dall’autore nel corso degli anni (anche sulle pagine di Stanze di Cinema), con riflessioni del tutto inedite.

Il risultato è una selezione rigorosa ma aperta: 100 pellicole per 100 registi diversi, dall’energia frammentata e viscerale di Amores Perros alla raggelante attualità de La zona d’interesse, passando per pietre miliari come Mulholland Drive (scelto non a caso per la copertina del volume), Bastardi senza gloria, Parasite e Il petroliere. Più che un saggio accademico e definitivo, una sorta di affascinante ritratto del nostro tempo, una vera e propria mappa per riscoprire la grana e il valore del cinema in un’epoca di immagini usa e getta, arricchita nel finale da una sezione più ludica e interattiva fatta di classifiche, premi e indici, pensata per sfidare e stuzzicare la curiosità di ogni cinefilo.
Nei tuoi lavori precedenti ti sei spesso concentrato su monografie di singoli registi (come i recenti volumi su Joachim Trier o Bong Joon Ho). Questa volta hai fatto l’esatto opposto: 100 film per 100 registi diversi. Come è stato cambiare radicalmente prospettiva e mettere il singolo film davanti all’evoluzione dell’autore?
L’idea di un volume di questo tipo è venuta quasi per caso a me e ai miei collaboratori (Claudio Fasola e Daniele Valsecchi Ndr) vedendo un sondaggio lanciato dal New York Times tra i suoi lettori, ma anche tra registi e critici, per stilare una classifica dei 100 migliori film del XXI secolo. Così abbiamo deciso di fare anche noi un “viaggio” di questo tipo, riprendendo le schede che ho scritto in vent’anni di lavoro per diversi progetti e ampliandole per coprire anche i primi anni duemila.

Cento film sembrano tanti, ma per coprire 25 anni di cinema mondiale sono pochissimi. Qual è stato il film più doloroso da escludere dalla lista dei 100 e quale invece ha preteso il suo posto fin dal primo momento?
I primi 25 titoli sono usciti di getto, poi ovviamente è stato necessario fare una selezione che, però, è stata piuttosto naturale e ha toccato i generi che personalmente non amo, rispettando il taglio che è sempre stato quello di Stanze di Cinema. Ne è uscito un quadro il più ampio possibile, un vero e proprio giro del mondo in cento punti di vista diversi e anche non tradizionali, dai registi americani che sono circa un terzo ad altri di 27 Paesi diversi, 8 registe donne, registi afroamericani e queer. Nel capitolo introduttivo, inoltre, abbiamo voluto creare una sorta di “mappa” del cinema inserendo anche i generi che nel libro hanno uno spazio minore.
In copertina c’è Mulholland Drive di David Lynch. Un film del 2001. Perché proprio questo titolo per rappresentare un quarto di secolo?
Penso che sia un film in grado di tenere assieme perfettamente i due secoli, una sorta di cerniera tra il cinema del Novecento e quello moderno a partire dalla scena iniziale in Sunset Boulevard, simbolo del cinema degli anni Quaranta e Cinquanta.
Nella sinossi definisci il libro un ‘impossibile autoritratto impressionista’. Se guardi questo corpus di 100 film, che ritratto esce fuori di te come spettatore dal 2000 a oggi?
Di uno spettatore bulimico, onnivoro, che sta cambiando gusti. Rispetto alle monografie, nelle quali il racconto è messo al servizio dei singoli registi, il risultato qui è più mio e racconta non solo l’evoluzione del cinema, ma anche la mia come spettatore e critico dal momento che si basa su vent’anni di recensioni scritte da me per Stanze di Cinema, per libri, collaborazioni o ex novo. Il vero sforzo è stato quindi quello di non apportare correzioni, di non bluffare anche se, in alcuni casi, il mio punto di vista ad anni di distanza è cambiato.
E ora? Stai già lavorando a un nuovo libro?
In realtà è già praticamente finito, ci ho lavorato a Cannes durante l’ultimo Festival e sarà dedicato a un regista che era in concorso, anche se non posso ancora rivelare di chi si tratta. Penso uscirà in autunno, in concomitanza con l’uscita del film nelle sale.