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Confessioni di una frontaliera di lusso: “Pentita di lavorare in Svizzera? Nì, non è tutto oro quello che luccica”

“Se sono pentita di lavorare in Svizzera? Sarei ingrata se dicessi di sì, ma sicuramente non è tutto oro quello che luccica”. Claudia (nome di fantasia su sua richiesta per tutelarne la privacy) ha 54 anni e da quasi trenta lavora nel campo finanziario per una società che ha sede poco dopo Lugano. E, come tanti comaschi, è una frontaliera. [Da tempo seguiamo la questione frontalieri: qui tutti i racconti sicuramente da leggere]

“Una frontaliera di lusso perché fortunatamente dispongo di un’auto aziendale, visto che il mio posto di lavoro non è raggiungibile con i mezzi pubblici, ma proprio per questo una frontaliera condannata a ore di coda ogni giorno, minimo un’ora e mezza se non due al mattino e altrettante la sera, tre ore e passa della mia vita buttate via, non retribuite e letteralmente trascorse ad arrabbiarmi – racconta – ora che è stata riaperta l’autostrada le cose sembrano andare un po’ meglio almeno per quanto riguarda l’attraversamento di Como città, ma oltreconfine ci sono una miriade di cantieri stradali che rallentano il traffico e una miriade di frontalieri che si spostano tutti alla stessa ora passando tutti per due dogane per tornare a casa. Non nascondo che ci sono giorni che mi domando se ne valga davvero la pena”.

Quanto alla tassa sulla salute ventilata da Regione Lombardia per riuscire ad aumentare gli stipendi di medici e infermieri italiani, sperando così di evitarne la fuga oltreconfine, Claudia ha le idee chiare: “Se decideranno di attuarla la pagherò, esattamente come pago tutte le tasse che devo pagare, ma servirà davvero a migliorare la sanità lombarda? – dice infatti – Se così fosse ben venga, mi costerà sempre meno dell’assicurazione privata che pago ora anche per i miei genitori, visto che è impossibile fare visite in tempi decenti con il Sistema Sanitario Nazionale”.

A far pendere sempre e comunque la bilancia per un posto in Svizzera, verrebbe da dire, molto probabilmente è lo stipendio, decisamente più alto che in Italia: “Se così non fosse mi sarei licenziata da anni, anche perché le tutele per i lavoratori frontalieri sono decisamente minori che in Italia a partire dalla maternità, tanto che sono dovuta rientrare al lavoro a tre mesi dal parto e senza troppe discussioni, vista la facilità con cui si può essere licenziati – spiega Claudia – e poi quando si parla di Svizzera si pensa subito a medici e infermieri stra corteggiati o a operai specializzati pagati quanto un dirigente, ma non tutti i lavori sono così. Io guadagno circa il 50% più di quanto guadagna una mia amica che svolge il mio stesso lavoro a Milano. Non poco, non lo nego. Ma lei in 45 minuti tra treno e metro è in ufficio, ha tutele che io mi sogno e fa il venerdì in smart working da casa, cosa che in Svizzera è possibile solo sulla carta, perché nella realtà è molto molto difficile che venga concesso. Ho provato a chiederlo più volte dopo il Covid, ma mi è stato risposto sempre picche e, vista l’aria di licenziamenti che tira ultimamente, evito di riprovarci”.

E allora, verrebbe da chiedersi, perché non mollare tutto e cercare lavoro in Italia? “La risposta è semplice: perché, per quanto poco tutelati, sfruttati e condannati a ore di coda, i lavoratori frontalieri guadagnano di più che in Italia e questo è un dato oggettivo. E poi ho quasi sessant’anni, chi mi assumerebbe? – è la sua risposta – il mio è lo stipendio principale della famiglia e negli anni ci siamo assunti impegni economici a lungo termine che non potremmo continuare a sostenere se io lavorassi in Italia quindi, se mi sarà permesso, continuerò la vita da frontaliere. Non sputo nel piatto in cui mangio, sarei ingrata a farlo, ma a mio figlio ho consigliato di pensarci bene, quando sarà il momento di cercarsi un lavoro, perché alle condizioni in cui lavoro io, secondo me non ne vale la pena”. [Per contributi, segnalazioni, reazioni e opinioni: redazionecomozero@gmail.com, il numero Whatsapp 348.6707422 o la pagina dei contatti]. Segui ComoZero su Facebook: da questo link arrivi velocemente.

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