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Frontalieri disoccupati: l’indennità da 900 milioni a carico della Svizzera (che può dire no)

Il Parlamento europeo ha espresso il proprio parere favorevole sulla riforma destinata a ridefinire in modo radicale le competenze relative alla gestione e al sostegno dei lavoratori frontalieri rimasti disoccupati.

Il voto di Strasburgo, segna un punto di svolta che rischia di riflettersi pesantemente sulle casse della Confederazione: per la Svizzera, infatti, questa modifica legislativa potrebbe tradursi in costi supplementari stimati in diverse centinaia di milioni di franchi all’anno.

Oltre alla gestione della disoccupazione, il pacchetto di riforme introduce nuove e importanti disposizioni che riguardano direttamente sia le prestazioni di assistenza di lunga durata sia l’erogazione degli assegni familiari.

La posizione della SECO: “Necessario l’accordo esplicito della Svizzera”

In base ai principi fondamentali dell’Unione Europea, ciascuno dei 27 Stati membri mantiene la facoltà di decidere autonomamente la struttura del proprio sistema di sicurezza sociale.

Stando ai dati diffusi dalla Commissione europea, circa 16 milioni di cittadini, su una popolazione complessiva di circa 450 milioni di europei, risiedono o svolgono la propria attività lavorativa in un paese dell’UE diverso da quello di origine. Il regolamento modificato a Strasburgo rientra direttamente nell’ambito dell’accordo sulla libera circolazione delle persone siglato tra la Svizzera e l’Unione Europea.

Impatto economico: per la Svizzera un aggravio tra i 600 e i 900 milioni

Il fulcro della riforma modifica il principio di territorialità del sussidio: in futuro non sarà più lo Stato di residenza a versare le indennità di disoccupazione, bensì lo Stato nel quale la persona rimasta senza lavoro ha esercitato il suo ultimo impiego.

La Svizzera è fortemente esposta a questo cambiamento: secondo le cifre ufficiali fornite dall’Ufficio federale di statistica, nel primo trimestre del 2026 la Confederazione contava ben 413.320 lavoratori frontalieri attivi sul proprio territorio.

Secondo le proiezioni e le stime finanziarie elaborate dalla SECO, questo spostamento di competenze potrebbe comportare un pesante aggravio per le casse svizzere, quantificabile in costi supplementari compresi tra i 600 e i 900 milioni di franchi all’anno.

Il sistema attuale avvantaggia la Confederazione

Fino a oggi, il meccanismo in vigore ha garantito un saldo ampiamente positivo per Berna. Attualmente la Svizzera, in qualità di Stato di impiego, si limita a rimborsare solo parzialmente al Paese di residenza le prestazioni che quest’ultimo versa al frontaliere rimasto disoccupato. L’anno scorso, in base ai rendiconti della SECO, i flussi finanziari di rimborso erogati verso Francia, Germania, Austria e Italia sono ammontati complessivamente a 283,3 milioni di franchi.

A fronte di queste uscite, la SECO registra entrate decisamente superiori, pari a circa 600 milioni di franchi, che corrispondono ai contributi assicurativi versati regolarmente dai lavoratori frontalieri alla cassa svizzera di disoccupazione. Il bilancio finale attuale permette quindi alla Svizzera di registrare un’eccedenza netta di circa 300 milioni di franchi all’anno. Qualora la riforma venisse definitivamente adottata e recepita anche dalla Confederazione, questo equilibrio finanziario verrebbe totalmente invertito, trasformando il guadagno in una spesa strutturale milionaria.

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