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“Il rischio della noia, i Mondiali e quei 7 taxi fermi: turismo a Como, dopo l’ubriacatura qualcosa è cambiato”

Case vacanze cresciute del 640% dal 2019, oltre 5 milioni di presenze all’anno con una crescita di oltre 130 mila arrivi e quasi 400 mila presenze rispetto all’anno precedente.

Questi sono stati i numeri del turismo nella nostra provincia nel 2025 riportati dall’assessore al Turismo Debora Massari nel corso della tappa comasca del Tour nei Territori 2026 di Regione Lombardia lo scorso maggio. E quest’anno? Premesso che le somme potranno essere tirate solo a fine stagione, per ora l’unica cosa che si può fare è affidarsi alle sensazioni di chi, con i turisti, ha a che fare ogni giorno e quest’estate nota che qualcosa, dopo l’”ubriacatura” degli anni scorsi, è cambiato.

A raccontarlo è Davide De Ascentis, titolare del notissimo bar Krudo di piazza Volta e della Vineria Vitani, nell’omonima via del centro storico, ma anche membro del Consiglio della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) di Como.

Qual è un primo bilancio di questi primi mesi estivi?

Diciamo che, anche confrontandomi con altri colleghi, la sensazione è che non sia un momento economico tra i più positivi. Da fine maggio in città c’è indubbiamente meno gente in giro, basti vedere quanto sono calate le “fiumane” di persone che arrivano dalla stazione San Giovanni verso il centro.

Di che calo stiamo parlando?

A occhio potrei dire che siamo intorno al 20-30% in meno rispetto agli anni scorsi. Se nel 2019 la stagione turistica durava dieci mesi, ora penso che si stia accorciando intorno ai sette. L’altra sera in centro c’erano sei o sette taxi fermi ad aspettare i clienti, una cosa che non si vedeva da un po’ in città. E anche ai tavolini dei locali o in piazza non c’è sicuramente più la quantità di persone di prima.

Quali sono i turisti che si vedono meno quest’anno?

Sono calati gli americani, ma ci sono anche meno arabi e orientali. Sicuramente il target di lusso c’è e le strutture ricettive di alto livello non hanno problemi, ma un certo tipo di clientela spesso resta in hotel, va sul lago in barca e poi cena nel ristorante dell’albergo. Poi magari vanno a fare shopping e, in un solo negozio, spendono migliaia di euro in una volta sola. Alla fine il fatturato è salvo ma, se vogliamo parlare di presenze in città, è un dato falsato se poi mancano tutti gli altri clienti.

Quali sono, secondo te, le cause di questo calo?

Credo che siano diverse, a partire dai problemi politici a livello mondiale che hanno indubbiamente inciso sulla scelta di viaggiare. A questo si sono aggiunti anche i Mondiali negli Stati Uniti che hanno, in parte, dirottato lì le mete delle vacanze di qualcuno. A questo si è aggiunto il caldo di quest’anno: chi ha voglia, con 40 gradi, di stare in città e sedersi a mezzogiorno a mangiare una pasta? Infine c’è quello che la città è in grado di offrire, cioè poco o niente.

Cioè?

Nonostante la crescita esponenziale del turismo, non c’è oggettivamente stata lungimiranza sul fronte dei servizi: per prendere un battello devi fare due ore di coda sotto il sole, sul lungolago non c’è un bagno pubblico né una fontanella per bere, eppure i prezzi sono alle stelle. E aggiungiamo anche che chi viene a Como spesso si annoia, se hai vent’anni a Como non vieni la sera perché non c’è niente. Non possiamo continuare a far spendere soldi alla gente senza offrire nulla in cambio.

In questo, però, non c’è anche una certa responsabilità degli esercenti?

Se gli affitti continuano ad aumentare, è difficile abbassare i prezzi e, per quanto riguarda gli eventi, è sempre più difficile organizzarli. Al Krudo, ad esempio, eravamo arrivati a fare musica dal vivo anche quattro volte alla settimana, ma ora non ne facciamo più. I costi sono altissimi, ci sono mille vincoli e una burocrazia complicatissima. Questo però ha un peso sulla percezione di chi decide di venire in città a mangiare o a bere qualcosa la sera.

Quale potrebbe essere una soluzione, secondo te?

La prima cosa da fare è creare un vero tavolo di lavoro dove tutti i soggetti coinvolti possano confrontarsi, esattamente come faccio io con i miei dipendenti, e come si fa in qualsiasi posto di lavoro. Solo così si può avere il quadro completo della situazione e provare trovare soluzioni percorribili e sensate.

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