Giusto un paio di giorni fa raccontavamo, più con sguardo divertito che con qualsivoglia velleità di analisi di costume, il fascino del lago davanti al quale praticamente nessuno resiste alla tentazione di scattarsi un selfie da condividere sui propri profili social, con ricadute immaginabili anche a livello pubblicitario per il nostro territorio.
E, quasi contemporaneamente, ecco arrivare una lettura di tutt’altro tono fatta da chi nei luoghi più turistici del lago lavora tutti i giorni. Una riflessione a cui abbiamo deciso di dar voce non per uno sterile spirito polemico fine a sé stesso, ma con l’intento di alimentare un dibattito sul tipo di turismo che vogliamo e sulle scelte, talvolta anche impopolari (si vedano gli ingressi contingentati a Villa del Balbianello) che possiamo fare per non farci semplicemente travolgere da questo fenomeno col rischio, tra qualche anno, di ritrovarci masticati, sputati e avanti il prossimo.
“La fila per un selfie o una foto al chiosco moresco di Villa Melzi: siamo arrivati a questo. Si sta snaturando il Lago di Como con il turismo da social media, in cui conta solo l’io e tutto diventa un grande set fotografico – è il j’accuse affidato ai social da Brian Subinaghi, guida turistica che ogni giorno accompagna gruppi di visitatori alla scoperta delle bellezze del lago – rivoglio i gruppi culturali, rivoglio le spiegazioni a gente interessata. Togliete l’assurda ordinanza della Tremezzina, fermate l’ignoranza, ve ne prego”.

“Purtroppo il turismo sul lago è stato rovinato dagli influencer a scapito della qualità – spiega infatti quando l’abbiamo contattato per approfondire il suo punto di vista – ora l’unico obiettivo della maggior parte dei turisti è trovare gli angoli dove tizio o caio si sono fatti i selfie e fare lo stesso. Basti pensare che il Giardino del Merlo a Dongo, luogo non sicuramente tra i più noti, una settimana dopo essere stato visitato da un influencer aveva la fila fuori tanto da non riuscire a passare”.
Un meccanismo che, a prima vista, sembrerebbe vincente ma che in realtà rischia di essere un boomerang per il nostro territorio: “Prendiamo il chiosco di Villa Melzi, ormai non è praticamente più possibile entrare con un gruppo per raccontarne la storia senza passare per quelli che vogliono saltare la fila per il selfie e questa vera e propria invasione è il motivo che ha spinto un gioiello come Villa del Balbianello a contingentare gli ingressi visto che si era arrivati al punto di pensare di recintare con dei paletti il ficus sul celebre loggiato rovinato dalle centinaia di persone che vanno lì a farsi una foto – racconta Subinaghi – per non parlare poi delle infrastrutture e dei trasporti: è impossibile prenotare gli aliscafi e le code per i battelli sono infinite già per i singoli, figurarsi per i gruppi. È un sistema che non regge e temo fortemente che, se dovesse iniziare un passaparola negativo, le ricadute per il territorio sarebbero gravi”.
La soluzione? Secondo Subinaghi in realtà non c’è, ma si può comunque pensare a soluzioni per gestirlo meglio, così che questa ubriacatura collettiva da grandi numeri non diventi un suicidio di massa: “Chi visita il lago di Como è un libero cittadino in un Paese libero e può muoversi come meglio crede e ci illuderemmo se pensassimo di poter influire su chi o come visita il nostro territorio – è il suo pensiero – sicuramente però abbiamo bisogno di infrastrutture e trasporti all’altezza dei numeri che abbiamo, abbiamo bisogno che il lavoro delle guide turistiche autorizzate venga valorizzato e difeso da chi esercita questa professione abusivamente e abbiamo bisogno, nell’immediato, che si ripensi all’ ordinanza “anti caos” (che prevede il senso unico per i bus turistici da Como a Menaggio con ritorno verso Como passando da Lecco, o dalla Svizzera, oltre al divieto di transito tra Colonno e Ossuccio in alcune fasce orarie Ndr). Personalmente ho già avuto disdette da diversi gruppi che dormono, ad esempio, a Lanzo e che scelgono di limitarsi a visitare Villa Carlotta ma poi sono costretti a cancellare altre visite in direzione Como perché questo significherebbe fare un percorso lunghissimo e assurdo”.