La tragedia della povera bambina di 10 anni morta nel lago pochi giorni fa e i rischi legati a quanti non rispettano il divieto di balneazione in riva al Lago, mantengono di stretta attualità il tema sicurezza.
Una riflessione approfondita arriva da Giovanni Dato presidente di Pallanuoto Como.
Negli ultimi giorni Como è stata colpita da due episodi che dovrebbero far riflettere profondamente chi oggi amministra questa città. Prima la tragedia della bambina di 10 anni che ha perso la vita nelle acque del Tempio Voltiano.
Poi, a distanza di pochissimi giorni, un bambino di 9 anni salvato in extremis. A questo punto basta. Continuare a sostenere che “ci sono i cartelli” non è più accettabile.
Perché un cartello, da solo, non salva una vita. E chi continua a nascondersi dietro questa giustificazione sta semplicemente evitando di affrontare il problema.
La mia critica è chiara e diretta. La responsabilità politica di non aver affrontato per tempo una situazione ormai nota ricade sull’Amministrazione comunale tutta. Governare significa prevenire i problemi, non limitarsi ad intervenire quando ormai è troppo tardi. Chi sostiene che basti un cartello dovrebbe fermarsi un attimo a riflettere.
Da decenni, su ogni pacchetto di sigarette è scritto chiaramente: “Il fumo uccide.” Lo sappiamo tutti. Lo leggiamo tutti. Eppure milioni di persone continuano a fumare. Perché? Perché l’essere umano tende a sottovalutare il pericolo. È convinto che certe tragedie riguardino sempre gli altri, che a lui non succederà mai. Questa è la natura dell’uomo.
È proprio questa incapacità di comprendere davvero il rischio che rende un semplice cartello assolutamente insufficiente anche se scritto in 100 lingue diverse. Se i cartelli bastassero davvero, oggi non esisterebbero fumatori, incidenti causati dall’imprudenza o persone che ignorano quotidianamente divieti e avvertimenti.
La realtà, purtroppo, ci dimostra esattamente il contrario. Ed è proprio per questo che chi amministra una città non può limitarsi ad appendere un cartello e sentirsi con la coscienza a posto. Ed è qui che nasce la mia provocazione. Guardate le fotografie. Nei Giardini a Lago, dove sono in corso dei lavori, non ci si è limitati a mettere un cartello con scritto “Lavori in corso”. No. Si è deciso di recintare completamente l’area, impedendo fisicamente l’accesso. Perché? Perché chi amministra sa perfettamente che un cartello, da solo, non impedisce alle persone di entrare. Allora mi chiedo quale sia la differenza.
Perché per mettere in sicurezza un cantiere vengono installate recinzioni e barriere, mentre per una zona che ormai tutti sanno essere estremamente pericolosa si continua a confidare esclusivamente nel buon senso delle persone? La risposta, secondo me, è semplice.
Per un cantiere si è scelto di prevenire. Per il Tempio Voltiano si continua, invece, a rincorrere le emergenze. E questo non è più accettabile. Durante il periodo di maggiore afflusso turistico l’accesso alla spiaggia del Tempio Voltiano deve essere fisicamente limitato con transenne o recinzioni, esattamente come avviene per qualsiasi altra area ritenuta pericolosa. Contemporaneamente deve essere previsto un presidio costante di personale riconoscibile, dotato semplicemente di una pettorina e di un fischietto, con il compito di informare, dissuadere e intervenire prima che sia troppo tardi. Perché la prevenzione non si fa con un cartello. La prevenzione si fa eliminando o riducendo concretamente il rischio.
Servono decisioni. Servono interventi immediati. Servono fatti. Questo è il mio pensiero. Credo che chi amministra una città abbia il dovere di assumersi la responsabilità delle proprie scelte e, soprattutto, delle proprie mancate scelte.
Quando un pericolo è noto da anni, non basta segnalarlo: bisogna affrontarlo e risolverlo.
Oggi Como non ha più bisogno di altre parole. Ha bisogno di amministratori che dimostrino, con i fatti e non con le chiacchiere, di aver davvero compreso la gravità di ciò che è accaduto.
