Sarà stato il tempaccio di questi mesi, saranno state condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli in un posto (Como) dove la struttura stessa della città – la convalle – non favorisce ampi ricambi d’aria, soprattutto d’inverno. Sarà quello che voci più esperte potranno spiegare, di fatto da tempo non si registrava un periodo di tanta grazia per i polmoni, soprattutto nella stagione fredda. Come è facile notare dal grafico – che abbiamo elaborato tra il primo gennaio e sabato scorso 17 marzo sulla base dei dati Arpa – sono state solo quattro le occasioni in cui i Pm10 (le polveri sottili) hanno sforato o toccato la quota di allerta, stabilita per legge in 50 microgrammi per metrocubo. Un fatto quasi eccezionale considerando il periodo, i riscaldamenti accesi e il particolare freddo di queste ultime settimane.

Come noto secondo un, mai rispettato, dettame europeo sono al massimo 35 i giorni concessi ogni anno per il superamento delle soglie (non che superarle significhi granché oltre ai titoli di giornale: non sono infatti previste sanzioni). Come altrettanto noto, ancora oggi non vi è una disciplina chiarissima a proposito dei valori di riferimento delle Pm2.5, polveri più sottili, dette fini, e più pericolose. Non per ottusità le ignoriamo ma valutiamo, dunque, quanto a disposizione. Sul sito di Arpa Lombardia, sezione aria, le Pm2.5 non hanno ancora un valore di riferimento per definire l’esatta quota di allerta: non una mancanza degli esperti ovviamente ma, più probabilmente, della legislazione.

Considerando il rapporto Mal’aria 2018 (riferito al 2017) stilato da Legambiente in cui Como registrava 69 superamenti annuali i dati, per questi quasi tre mesi, sembrano essere quantomeno confortanti.