Como è diventata una città che non riconosco più e non è un discorso da ‘vecchi’ o da intolleranti che rivorrebbero la città vuota, è semplicemente una questione di vivibilità”. Spiega così Lorenza Ceruti, architetto e fotografa comasca, la riflessione che ha affidato al suo profilo Facebook accompagnato da un suo scatto di Piazza del Duomo insolitamente deserta, su una Como che, da tranquilla città di provincia, si è ritrovata catapultata all’improvviso sotto i riflettori senza esserne preparata, travolgendo tutto e tutti, comaschi compresi in una sorta di Sindrome di Stoccolma che spesso impone di essere riconoscenti a chi ti sta tenendo in ostaggio.

“Osservando Como dall’alto, dal basso, dal lago e da dovunque non la riconosco più! Sono una specie di “turista” nella mia città, a cui è negato andare in battello e in funicolare, la vedo sofferente – scrive infatti – è davvero giunto il momento di ripensare la città. Tutte le città, quale più e quale meno, hanno bisogno di ripensarsi e Como è sicuramente tra quelle che ne ha più bisogno. Ha subito un vero e proprio ribaltamento nella sua essenza”.
Per interventi, opinioni, segnalazioni scrivere a redazionecomozero@gmail.com o tramite la nostra pagina Facebook.
“Da piccola città provincialina, un po’ dormiente, con un turismo contenuto e quindi garbato, quel turismo con la voglia di tranquillità del passeggio nelle strette vie del centro e un caffè in qualche baretto, è diventata, oggi, una sorta di non luogo, continuo crocevia di un turismo caotico, esagerato per numero, ‘saccheggiatore’ più per quantità che per maleducazione. Quel turismo in ciabatte e canottiera con la bottiglietta di acqua in mano – aggiunge nel suo post – quel turismo, ‘vomitato’ fuori dai numerosi pullman della piazza Roma, quel turismo che ha le ore contate e deve decidere se mettersi in coda ai battelli o alla funicolare o semplicemente accontentarsi di un inzuppo di piedi nel lago e un selfie con sfondo lago e monti e cantiere! Quel turismo che ‘non consuma’ ma ‘usa’ “.

E di fronte a una città trasformata, almeno agli occhi dei comaschi, in un unico grande tavolino da bar e sfondo da selfie ormai quasi impossibile da vivere, ecco che è necessario, secondo l’architetto comasco, cominciare a porsi delle domande su cosa si vuole diventare e, soprattutto, iniziare a dare una direzione al turismo senza limitarsi a battere scontrini a costo di diventarne vittime.
“Credo che sia il momento di capire che tipo di città vogliamo noi comaschi, cosa vogliono i turisti e cercare di offrire i servizi necessari per gestire questi flussi perché non solo non è possibile che io, da comasca, non possa più prendere il battello o la funicolare per bere un aperitivo a Brunate, ma non è neanche pensabile che chi visita Como si ritrovi con code interminabili da fare e, per il resto, una città in cui vagare in cerca di un tavolino, senza percorsi culturali, paesaggistici o persino gastronomici degni di questo nome – è il suo commento – i turisti arrivano, non li facciamo arrivare noi, perché non abbiamo altro se non la bellezza che ci è stata regalata. Abbiamo deciso che il futuro sono i grandi numeri? Allora predisponiamo parcheggi e servizi per accoglierli e guardiamo cosa cercano i turisti senza illuderci che vadano nei musei mentre invece, tutto quello che vogliono, spesso è sdraiarsi a godersi il panorama in un parco pubblico ben fatto come succede a Milano, ma anche solo a Villa Olmo”.
Qui il testo completo del post di Lorenza Ceruti:
Osservazioni sulla città.
Osservando Como…dall’alto, dal basso, dal lago e da dovunque…non la riconosco più! (Sono una specie di “turista” nella mia città, a cui è negato andare in battello e in funicolare). La vedo sofferente. È davvero giunto il momento di ripensare la città.
Tutte le città, quale più e quale meno, hanno bisogno di ripensarsi! Como è sicuramente tra quelle che ne ha più bisogno. Ha subito un vero e proprio ribaltamento nella sua essenza.
Da piccola città provincialina, un po’ dormiente, con un turismo contenuto e quindi garbato, quel turismo con la voglia di tranquillità del passeggio nelle strette vie del centro e un caffè in qualche baretto, ma soprattutto la tranquillità che regnava nei paesini lacustri, (tranquillità che io ho sempre definito “da taglio di vene”), quei paesini che erano un po’ senza tempo.
È diventata, oggi, una sorta di “non luogo”, continuo crocevia di un turismo caotico, esagerato per numero, “saccheggiatore” più per quantità che per maleducazione. Quel turismo in ciabatte, canottiera e la bottiglietta di acqua in mano.
Quel turismo “vomitato” fuori dai numerosi pullman della piazza Roma, quel turismo che ha le ore contate, e deve decidere se mettersi in coda ai battelli o alla funicolare o semplicemente accontentarsi di un inzuppo di piedi nel lago e un selfie con sfondo lago e monti e cantiere! Quel turismo che “non consuma” ma “usa”!
Oppure quel turismo che decide di trascorrere una notte in uno degli ormai mille B&B. E quindi le strette vie del centro diventano ancora più strette, masse di persone che si muovono con il rischio inciampo negli innumerevoli trolley. E sì, perché chi viene a Como non ha valige, ma solo trolley. Ovviamente! Giorno e notte si sente il rumore delle ruote sull’antica pavimentazione comasca. E l’effetto canyon delle strette vie amplificano il “suono”…
Tra l’altro il mistero è come mai i prezzi delle case in centro siano così alti, la qualità acustica della vita in centro è a dir poco infernale ormai e anche quel continuo cambiare i vicini di casa (dovuto alla vicinanza dei B&B) non è certo un valore aggiunto.
Tutto questo per dire che Como ha proprio la necessità assoluta di ripensarsi: luoghi, tempi, spazi e funzioni, praticamente di decidere che cosa vuole essere e fare…da grande.
Ps: la quantità non è mai indice di qualità. Mai!
Pps: In tempi in cui qualunque parola può essere fraintesa e creare discordie, le mie sono solo osservazioni di una cittadina.https://comozero.it/attualita/polemica-vittorio-nessi-turisti-gitanti-domenica-como/