Como non è un paese per giovani, o meglio, per giovani universitari. Non tanto per colpa dell’ateneo esistente che anzi, in riva al lago, offre corsi che rappresentano delle nicchie di eccellenza, ma purtroppo per quanto circonda aule e servizi a disposizione degli studenti. Una realtà sbilanciata, in tale ambito, verso l’altro polo dell’Insubria, a Varese. Uno studio meticoloso in tal senso è stato presentato da Andrea Berti, Ph.D. in matematica e strategy manager in un grosso gruppo nazionale, e da Mino Simone, esperto di sicurezza informatica ed entrambi ex studenti dell’Insubria.
Le cifre sono esplicative in tale ambito. “Se sul numero delle matricole l’Insubria è sbilanciata verso Varese con un rapporto di 3 a 1 è altrettanto evidente come a Como ci siano alcune facoltà e corsi che rappresentano dei veri fiori all’occhiello. E con il passare degli anni e con il lavoro dell’ateneo e del prorettore, questo livello qualitativo si è innalzato. Si sono sviluppate eccellenze come Scienza del turismo e si sta curando con la massima attenzione anche un settore come quello della Cura e tutela dei beni culturali. Temi che ben si sposano con un città quale è Como, votata al turismo e alla cultura. Mentre è altrettanto evidente come invece la parte economica e medica abbia preso la via di Varese”, ha detto Mino Simone.
“Il nostro lavoro ha proprio voluto inquadrare una realtà in cui l’ateneo insubrico è cresciuto costantemente nel corso degli anni, migliorando qualità e offerta. Tanto da raggiungere i primissimi posti nella graduatoria delle università per Matematica e Fisica. E la domanda sorge allora spontanea: come mai un simile miglioramento non ha avuto la giusta risonanza? Come mai c’è un offerta di servizi dispari sia tra Como e Varese che nel confronto con altre città universitarie?”, chiede Andrea Berti. Innanzitutto pesa “lo scarso collegamento con le città limitrofe che disincentiva gli studenti comaschi a iscriversi all’università locale, se il corso di studi non è ospitato a Como, favorendo l’immatricolazione in città maggiormente attrattive (come Milano o Pavia)”.

Anche perché se da Como si volesse andare a Varese in treno ci si impiegherebbe più o meno lo stesso tempo – in media un’ora e 10 minuti – che andare a Milano con ben altra offerta. In tal senso va detto che l’Università dell’Insubria, che appunto ha i due poli a Varese e Como, presenta un certo squilibrio nell’offerta con ben 19 corsi di laurea e 5 facoltà a Varese e 4 facoltà con 9 corsi in riva al lago. Poi il costo di un alloggio, “con il canone medio di locazione in una città universitaria come Pavia che è di circa 780 euro, che salgono a 810 a Varese per arrivare a 890 a Como. Addirittura un “genitore che volesse andare a trovare il figlio fuori sede andrebbe incontro a costi per alloggiare in Como superiori a quelli per un alloggio di livello comparabile a Milano”. E un alloggio in un bed and breakfast a Como ha un costo in media di ben più di 100 euro mentre a Milano, data l’offerta maggiore, se ne trovano ben al disotto dei 100 euro.
Altro argomento di vitale importanza per una città universitaria, specialmente se di dimensioni ridotte, è l’offerta di attività sportiva, a partire dai campi dove potersi allenare. “Analizzando la presenza di campi sportivi si può vedere come in città l’offerta ne preveda sette. Numero ben lontano dai 14 di Varese così come dai 19 di Pavia”, specifica l’analisi.
Spietata, già prima di questa intervista, nell’incontro organizzato da Como Comune alla sede della Cna di Como, era stata la fotografia della Como da vivere per un universitario: “Avendo vissuto a Como – aveva detto Berti – posso dire che uscendo in un qualsiasi mercoledì sera la città è vuota. Mentre se vado a Milano nello stesso giorno, la stessa sera, e non dico solo sui Navigli, c’è vita e il Comune spinge perché questa vita ci sia. Como la ostacola. Da studente perché dovrei scegliere un’università dove alle 10 di sera mi devo chiudere in camera?”.
E ancora: “Sul fronte degli intrattenimenti culturali, siamo una delle poche città che non hanno un cinema. L’offerta culturale in generale manca eppure abbiamo tantissime infrastrutture in disuso: io ero neopatentato quando la gru abbatteva la Ticosa e sono passati quasi 20 anni. Il San Martino, il Politeama, ex l’Orfanotrofio, le caserme: luoghi che potrebbero ospitare auditorium, dormitori per studenti, spazi culturali con la possibilità di condividere qualcosa. Noi non possiamo essere una città universitaria se non riusciamo a ospitare gli studenti e se non sappiamo poi offrire loro qualcosa”.
