Attesa una rivalutazione delle pensioni per fa fronte al caro vita: di quanto potrebbe crescere l’assegno mensile secondo le ultime stime
Milioni di pensionati italiani guardano a gennaio 2027, quando partirà la nuova rivalutazione delle pensioni legata al caro vita. Secondo le prime stime, ancora da confermare, gli assegni potrebbero crescere fino a 124 euro lordi al mese nelle fasce più alte, mentre l’aumento pieno riguarderebbe i trattamenti fino a circa 2.447 euro lordi.
Il quadro, per ora, si basa sulle previsioni contenute nel Documento di finanza pubblica approvato dal governo ad aprile e dovrà trovare conferma in autunno, quando arriverà il dato definitivo dell’indice FOI senza tabacchi calcolato dall’Istat e poi recepito dal decreto del Ministero dell’Economia. Per i pensionati non ci sarà nulla da chiedere: come accade ogni anno, sarà l’Inps ad applicare l’adeguamento in automatico sui cedolini.
Pensioni, le stime del 2,8%: da quali dati nasce l’aumento atteso da gennaio 2027
La base delle prime simulazioni è una previsione di inflazione 2026 al 2,8%, indicata dal Governo. Ma non è ancora questo il numero ufficiale che farà scattare la perequazione automatica. Il dato che conta davvero, per le pensioni, è l’indice FOI senza tabacchi: l’Istat lo rileva mese per mese, poi lo consolida su base annua e solo a novembre diventa il riferimento definitivo per il decreto attuativo. Fino ad allora si parla di stime. Però il segnale è chiaro.
Basta guardare all’anno scorso per capire il peso dell’aumento. La rivalutazione 2026 si era fermata all’1,4%. Se nel 2027 si arrivasse davvero al 2,8%, l’adeguamento sarebbe il doppio, con effetti più visibili soprattutto sugli assegni medio-bassi, quelli che sentono di più l’erosione del potere d’acquisto.
A maggio 2026, del resto, l’inflazione annua è stata indicata al 3,2%: energia, alimentari, servizi, pesa tutto. E per chi vive con una pensione fissa, anche poche decine di euro in più al mese fanno la differenza.
Resta poi il sistema a scaglioni, che non riconosce la stessa percentuale a tutti sull’intero importo. Le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps – oggi pari a 611,85 euro mensili, quindi fino a circa 2.447 euro lordi – prendono il 100% della rivalutazione.
Sopra questa soglia, invece, la perequazione si riduce: al 90% tra quattro e cinque volte il minimo, al 75% sulla quota oltre le cinque volte. La Corte costituzionale, più volte, ha ritenuto legittimo questo meccanismo, purché la tutela non venga azzerata.
La tabella degli incrementi: quanto valgono 28, 56, 82 e 124 euro lordi sui diversi assegni
Se il tasso del 2,8% venisse confermato, una pensione lorda da 1.000 euro salirebbe di circa 28 euro, arrivando a 1.028 euro. Con un assegno da 1.500 euro, l’aumento stimato sarebbe di 42 euro. Con 2.000 euro, di 56 euro. È la fascia che beneficia della rivalutazione piena, senza riduzioni. Ed è qui che la differenza rispetto all’anno precedente si vedrebbe subito nel cedolino di gennaio.
Per gli importi più alti, invece, il calcolo cambia. La rivalutazione ridotta si applica infatti solo alla parte che supera le soglie previste. Una pensione da 2.500 euro arriverebbe, secondo le simulazioni, a un aumento di circa 68,7 euro lordi.

Un assegno da 3.000 euro salirebbe di 81,9 euro, cioè poco meno di 82 euro. Per una pensione da 3.500 euro l’incremento stimato sarebbe di 90,3 euro, mentre con 4.000 euro lordi si arriverebbe a circa 102,9 euro.
Il dato più alto riguarda gli assegni da 5.000 euro lordi mensili, per i quali la rivalutazione stimata è di 123,9 euro, arrotondati a 124 euro al mese. Si tratta sempre di importi lordi, ed è un passaggio da tenere presente: il netto dipenderà dall’Irpef applicata al singolo pensionato. Solo a quel punto si capirà quanto resterà davvero in tasca. E in certi casi la differenza non sarà affatto trascurabile.
Non solo pensioni ordinarie: gli effetti su minimo Inps, assegno sociale e invalidità civile
La rivalutazione 2027 non tocca soltanto le pensioni ordinarie. Gli effetti si allargano anche al trattamento minimo Inps, all’assegno sociale e alle prestazioni di invalidità civile, cioè misure che riguardano le fasce più fragili. Con un adeguamento del 2,8%, il minimo Inps passerebbe da 611,85 euro a circa 628,98 euro mensili.
Resta però un nodo non secondario: la maggiorazione straordinaria che nel 2026 porta il minimo a 619,80 euro non è strutturale e, senza una proroga nella prossima legge di Bilancio, potrebbe saltare.
Salirebbe anche l’assegno sociale, destinato a chi ha compiuto 67 anni senza aver maturato una pensione contributiva sufficiente: dagli attuali 546,24 euro si arriverebbe a circa 561,54 euro al mese. In parallelo crescerebbero anche i limiti reddituali per ottenerlo.
La soglia personale, secondo le simulazioni, passerebbe da 7.101 euro a circa 7.300 euro annui; quella per i coniugati da 14.202 euro a circa 14.600 euro. Un ritocco tecnico, certo, ma per molte famiglie conta eccome.
Infine le prestazioni di invalidità civile. L’importo ordinario salirebbe da 338 euro a circa 347,46 euro. Per i ciechi assoluti non ricoverati l’assegno passerebbe da 365,53 euro a circa 375,77 euro, mentre per i ciechi parziali da 224,30 euro a circa 230,58 euro.
Sono cifre contenute, spesso strette rispetto al costo reale della vita, ma attese con attenzione da chi ogni mese costruisce su quelle somme un equilibrio già fragile. Il dato definitivo arriverà in autunno. Fino ad allora restano stime. La direzione, però, è già segnata.