Quanto documentato quest’estate da noi – la quinta? la decima estate? – e da altre testate rispetto ai cimiteri di Como è qualcosa di scandaloso, di vergognoso, di inaccettabile. Non può esistere – non è mai esistita nella storia dell’uomo – una civiltà che possa dirsi tale se non ha rispetto per gli avi, per le madri e i padri che la comunità hanno forgiato.
Quando l’offesa colpisce chi non può difendersi – e chi, più di un defunto, non può farlo? – essa trascende i micragnosi ragionierismi, i burocratici cavilli, i pietosi rimpalli di accuse o contro-scuse.
Quando l’oltraggio si accanisce sugli affetti e la memoria, l’inciviltà imbocca una parabola che porta l’onta al suo punto di partenza. Colpisce i responsabili in pieno volto, senza che barriere e paraventi limitino il danno.
Di fronte a sacrari che affogano nell’incuria, davanti all’affettuosa malinconia dei sorrisi in bianco e nero soffocati in giungle senza senso, se le corsie del ricordo diventano viottoli campestri, nessun appalto ha più valore, nessun bando ha più significato, non c’è ragione che possa dirsi buona.
Il colore politico di chi governa e di chi si oppone, la fazione al timone e quella di chi soffia controvento, la saccoccia elettorale più o meno colma non possono competere con la morte, con i misteri che lascia a chi la affronta dopo, alla pace che si cerca nella mamma sempre bella, nel papà che è sempre fiero, nel nonno che non smette di sorridere ai nipoti.
Per questo, perché i nani sulle spalle dei giganti non finiscano nell’oblio già da vivi, all’indecenza dei cimiteri cittadini va posta fine subito. Senza un giorno in più, senza togliere un minuto in più al decoro che merita chi ha costruito ciò che qualcuno, oggi, pensa persino di governare.




