Uno schiaffone con la potenza di cinquemila mani (se raddoppiate son diecimila). E’ quello che, venerdì sera, deve aver immaginato di beccarsi (moralmente, eh, qui si pratica la Pace) chi ha permesso al Lake Como Film Festival di fare il bagaglio e lasciare la città , IL capoluogo.

Ma, ben ipocritamente si sa, nella colpa, soprattutto quella politica, non vi è mai un “chi“. Piuttosto il giustificazionismo ex post ridondante. “Sapete, un concorso di cose“, “di fattori non discriminanti“, “non certo una volontà“, “anzi nella misura in cui potremo, noi faremo e” bla, bla.

Incastonare la Lake Como Film Night nell’angolo di un successo è davvero poca cosa. 12 ore di trionfo continuo piuttosto, di calore, di esseri umani (cinquemila, che scritto a lettere non rende quanto: 5.000. Vero? Proviamo a immaginarle tutte insieme in piazza Duomo) in movimento, tra prato, lago, villa. Gli organizzatori hanno messo una puntatona sul tavolo, hanno scommesso pesante e hanno vinto.
Senza fare la festa della salamella. Che era un rischio oggettivo.
Una vigorosa, affettuosa, stretta di mano a tutta l’associazione, Alberto Cano (presidentissimo) in testa e a Olo Creative Farm, fucina di geniacci, cui va dato l’onore del metodo.

Sul fronte geopolitico, abbiamo magnificato abbastanza Cernobbio e Villa Erba in questa occasione:
Cernobbio Capitale della Cultura. Como: Requiem for a dream
Ma venerdì il Cinema non è stato solo cinema, perdinci. Concerto, musica, installazioni, cielo, prato, picnic improvvisati, cibo, una meravigliosa eclissi di luna e l’occhio di Bowman per salutare l’alba (2001: odissea nello spazio, Kubrick, 70mm, restaurata, altissimo livello).

“Si sta talmente bene che non sembra di essere in mezzo ai comaschi” accenna un tizio, certamente comasco, passando per il vialetto della Villa. Ecco. Vi è una profonda, radicale verità nella mezza battuta(ccia).

Per non fare sempre tiro al piccione contro il Palazzo, che poi è (sempre e comunque) l’estensione dei suoi elettori, per una volta potremmo cercare le ragioni di una colpa, oltre le mura dell’Aula.
PER APPROFONDIRE:
Wow: specie rara, da proteggere. Come i panda
Se nel silenzio generale il Lake Como è emigrato altrove, peraltro guadagnandone in bellezza e simbolismo (cioè nell’alloggio vacanziero, la dépendance, di Visconti e dei suoi vizi, Villa Erba), forse che forse pure i comaschi dovrebbero guardarsi in tasca e cercare qualche responsabilità.

Perdere qualcosa che va bene, che funziona, che negli anni si è ritagliato credibilità e spazio nell’ambito dei festival nazionali è l’equivalente di un harakiri cosciente, volgare e culturale.
Immaginiamo che la stessa cosa possa accadere con Parolario, con Wow, con il Festival Como città della Musica. Che, tanto per andare a memoria, quest’anno hanno portato Galeffi, Ghemon, De Gregori, Capossela, Marcello Foa, Alessandro Milan, Umberto Galimberti.
A volte la città pare quella vecchia diva del muto che passeggia sul proprio, personalissimo, Viale del tramonto, imbellettata e pagliaccia, a rimuginare tutta compiaciuta d’intorno a un passato di fasti. Un bel Narciso che, ammaliato da sé, si ama tanto da affogare nelle acque del lago (il Lario).

L’ignavia è una brutta bestia. Perché è calda, sensuale e molto, molto, protettiva.
“Son tanto bella che mi basto così”, è una cosetta che ha fregato molte signorine. Il mondo, invece, intorno trotta veloce. Como sta lì, a guardare. Cosa succede esattamente?
Succede, anzi non succede, quanto da tempo, qui, pensiamo sia necessario ritrovare: la capacità di cucire ogni orizzonte (culturale, economico, turistico, sociale) e farne visione, sguardo sul futuro in modo violentemente pragmatico.
Quindi, dobbiamo tradire quanto scritto qualche parola fa e tornare al Palazzo. Solo un sindaco e una giunta dotati di vero coraggio possono tessere la coperta, unire gli antipodi, far dialogare pubblico e privato, associazioni, cittadini, imprese. Solo i muscoli del capitano possono portare la corazzata lungo la rotta.

Al momento pare di galleggiare su una mezza zattera sgangherata, bonaccia costante, mutandoni come vela.
Bravo lui – dirà il lettore sveglio – un paio di spruzzate di inchiostro, due battute, una firma e il tuo pezzettino-articolo sul tuttochevamale lo hai scritto anche oggi. Bravo.
No, bravo tu lettore, hai ragione. La città è un organismo complesso. E l’organismo vale infinitamente più della somma delle sue parti. ComoZero è un segmentino, unicellulare, che però fa la sua giocata quotidiana (senza Cip).
E ComoZero, oltre il bollino noioso e inutile (inutile!) delle mediapartnership, può impegnarsi a essere attore di un cambiamento prospettico. Se lo faranno anche gli altri, degnissimi e nettamente superiori media, se accompagneremo, fiduciosi, la visione e il pensiero sul destino di questa piccola città, ecco, forse, ma solo forse, saremo tutti più capaci di proteggere i gioielli di famiglia.
Ché quando son persi, poi dai (siamo seri) son persi. Come la Lake Como Film Night che, ovvio e mannaggia, non tornerà più.
Peccato. E non è mai colpa di nessuno. Mai.








