Eppure, la sensazione è di una gigantesca occasione persa per l’area di sinistra-centrosinistra a Como. Anzi, di più: a prima vista la spaccatura in due tronconi non equivalenti ma dolorosi (Civitas da un lato e la coalizione che fa perno sul Pd dall’altro), assume sempre più – naturalmente agli occhi limitati di scrive – le sembianze dell’assoluto nonsense. In soldoni: che due personalità come Barbara Minghetti e Adria Bartolich, forse più per ragioni tattiche di retrovia o questioni personali, che non per le loro stesse convinzioni, non conducano assieme e in forma complementare il viaggio verso le elezioni comunali, non riesce ancora affatto a comunicare ragioni profonde, davvero di principio o così permeate di divergenze e sensibilità politiche inconciliabili, da giustificare le due scialuppe fratricide.
Sì, certo, l’estrazione e l’immagine pubblica che entrambe proiettano oggi sulla campagna elettorale sono diverse. Preconcetti, forse. Pregiudizi. O magari solo dati di realtà che si tramutano in percezioni. Ma è indubitabile che, per il mondo stesso in cui Barbara Mingetti è diventata una stella di questa città, quello della cultura alta e del Teatro Sociale, la candidata di centrosinistra oggi appaia ancora lontana dalla rivendicatissima collocazione “popolare e socialista” che Bartolich ieri si è pubblicamente data e che corrisponde effettivamente a larga parte del suo cursus honorum (consigliera comunale e deputata Pds, sindacalista Cisl della scuola e poi provinciale, per citare i ruoli più noti).

Si potrebbe dire che oggi Minghetti incarni senza troppe difficoltà la fotografia del Pd renziano che scattammo proprio nel 2018, cosa che forse non piacerà alla “vera sinistra” ma che resta pur sempre l’unica vera chiave politica se si hanno concrete ambizioni di vincere le sfide elettorali a Como città. Non si può poi negare l’impegno di queste settimane della candidata della coalizione di centrosinistra nel tentativo di ampliare la propria influenza e le proprie connessioni con la città meno centrale, dunque nei quartieri. Il tour in corso, che pur profuma sempre dannatamente di operazione spot (vale per tutti, se inizia 6 mesi prima del voto), ha comunque l’utilità di portare Minghetti a conoscere e farsi conoscere in spezzoni di Como forse in parte fuori dall’orbita naturale o comunque da conquistare.
D’altronde, la notorietà universalistica di cui il mondo giornalistico e la bolla politica accreditano la candidata con grande facilità, è, per l’appunto, l’illusione di una piccola casta: Minghetti, su questo terreno, ha certamente da lavorare sodo nei prossimi 60 giorni, pur avendo il jolly di una rete di contatti di spessore a livello nazionale che sono in grado da soli di restituire un respiro ampio, oltre l’angustia della convalle-uber-alles, alla città che potrebbe governare se vincesse.

Passando a Bartolich, l’impressione dopo la conferenza di presentazione di ieri è stata una su tutte: una “leonessa” è scesa nell’arena, con un bagaglio di esperienze sul campo, conoscenze della città e capacità empatico-comunicative sul pubblico che per ora staccano quasi tutti gli altri concorrenti. Il rischio, semmai, nel caso della candidata di Civitas, è proprio l’eccesso di pathos, quello che tracima in un’irruenza poi difficilmente incanalabile. Ma tutto sommato, in una città anestetizzata da un grigiore politico (politico, che è altra cosa da amministrativo) imbarazzante, è difficile vedere un problema persino in qualche punta di esagerazione. E poi, messaggio per tutti i candidati e non solo per l’area oggetto di questa analisi, la chiarezza fa premio a Bartolich: “Sono popolare e socialista”. Il campo è definito, l’elettorato è scelto, il terreno d’azione è tracciato. Auto-limitato, si potrebbe obiettare. Vero, ma allora siamo arrivati al dunque.
E’ senza dubbio vero che una così precisa collocazione di Bartolich, soprattutto in una città come Como, possa risultare un perimetro da appezzamento, più che da campo largo. Così come, per quanto riguarda Minghetti, l’ambizione di un range invece ampio e quasi sconfinato – escluse forse solo le destre dure e pure – può risultare “goloso” sulla carta ma poi sfuggente quando servirà dare un’immagine precisa del carattere di sé, di quello della coalizione e dunque anche dell’elettorato che davvero si vuol sedurre.
Il vero punto è che, a conti fatti, i “mondi” di Bartolich e Minghetti sono due segmenti spezzati artificiosamente di una storia largamente simile, di una strada che porta a traguardi sovrapponibili, di una direzione che si tocca sebbene declinata su piani diversi. In nessun modo – anche se analizzati con i microscopi progressisti, socialisti, popolari, ecologisti – le traiettorie sono giudicabili come antitetiche. Dunque, questa spaccatura avrà un suo unico giudizio: alla chiusura delle urne del primo turno.
Se quella notte Minghetti sarà riuscita ad arrivare al ballottaggio e contemporaneamente l’ “avversaria” Bartolich sarà stata in grado di alimentare un consenso superiore alle potenzialità di base della sola Civitas, allora l’operazione potrà aver acquisito un senso sul campo, alimentando speranze di un’area più vasta del previsto e a quel punto inevitabilmente convergente per il round finale. Se invece i conteggi della prima tornata dicessero che l’operazione strade separate avrà solo tolto voti all’una e all’altra, e nello specifico quelli potenzialmente decisivi per Minghetti per giocarsi fino all’ultimo la fascia tricolore, allora il fallimento di entrambe le parti sarà stato inappellabile e pesante come un macigno su chi lo ha voluto e lo ha prodotto.