(In copertina: un palco allestito a Bregenz, sul lago di Costanza – Pixabay).
Non può esserci via di mezzo. Se la proposta-regalo di Unindustria a Como (o in alternativa a Cernobbio, come abbiamo rivelato con questo articolo) avesse “braccioli” adeguati per galleggiare sui fronti tecnico, economico e ambientale, questo territorio deve trovare le forze, le risorse e la volontà di farla galleggiare. Sul lago. Davanti a Villa Erba, davanti a Villa Olmo, davanti ai giardini a lago, davanti a viale Geno. Ovunque si voglia. Ma deve galleggiare.

Una cosa deve essere chiara: l’ipotesi di avere un palco a filo d’acqua, baciato dai tramonti del Lario, con le meraviglie architettoniche e paesaggistiche tutte intorno, dove possano esibirsi cantanti, orchestre e attori nel contesto ambientale unico al mondo che tanto si celebra, non può essere trattata come un tombino, uno svincolo, un’aiuola qualsiasi.

Per quanto sempre nel pieno rispetto di procedure, regolamenti, normative, sicurezze e tutele di bilancio, ciò che industriali, amministratori e istituzioni culturali devono fare prima di tutto è non trattare la questione come una scartoffia qualsiasi, come l’ennesimo polveroso faldone da rimpallarsi a vicenda, svogliatamente.

E’ verissimo: un palco sul lago non può essere e non sarà mai la priorità assoluta del primo bacino del Lario, ci mancherebbe. Asfalti, scuole, lampioni, infrastrutture e via dicendo costituiscono e costituiranno sempre l’ossatura della vita quotidiana di migliaia di persone e certamente su quei capitoli amministrazioni ed enti vari devono e dovranno concentrare attenzioni e forze. Il punto, però, sta proprio qui: l’idea avanzata da Unindustria ai sindaci di Como e Cernobbio rientra nell’eccezionalità, nell’altro rispetto alla normalità, alla routine.

Al di là del fatto che dal punto di vista pratico siamo nel campo (almeno secondo le informazioni disponibili) di un progetto che sarebbe in larghissima parte, se non interamente, finanziato dai privati (gli industriali, appunto), il punto vero è il valore simbolico che potrebbe assumere il palco sul lago.
Un simbolo: tutto e niente, in assoluto. Ma quanti simboli che pure risultano inafferrabili e impalpabili nella vita quotidiana, nel vivere di ogni giorno, nelle singole esistenze, hanno prodotto in realtà iniezioni di entusiasmo sulle comunità, scosse di vitalità, effetti-traino sulle moltitudini? Questo è il caso.
Un mondo che già guarda a Como per ciò che la natura e l’ingegno (soprattutto del passato) hanno regalato a questo fazzoletto felice di terra e acqua, potrebbe tornare a sorprendersi per un territorio che ancora vuole stupire, stupirsi e abbellirsi.

I simboli, persino al di là della loro valenza reale, spesso riescono a suscitare passioni, risvegliare orgogli, unire volontà molto più che un’opera concreta, tangibile. Su questo devono scommettere industriali e sindaci: sulla forza del sogno, della bellezza. Sulla capacità di non ridurre sempre tutto e solo al “far di conto” o alla circonferenza del bullone.
D’altronde, si può dire: Como, il suo lago, le sue bellezze attraggono qui ogni anno milioni di persone per la capacità di trasmettere piacevolezza, armonia, stupore. Sogno, appunto. Ecco, il “banale” palco sul lago se lo meritano anche i comaschi, non soltanto americani, russi e giapponesi. Anche i comaschi, insomma, nel loro piccolo si meravigliano. C’è la possibilità di tornare a farlo. Lo si faccia.