Uno dei temi issati sul pennone ai tempi della campagna elettorale 2022 sia dal futuro sindaco di Como, Alessandro Rapinese, sia dal centrodestra fu la rispettiva opposizione ai cosiddetti poteri forti. Quali poteri forti agissero nell’ombra o al sole in una città che, proprio grazie alla libertà dei suoi abitanti, in tre lustri ha visto vincere il centrosinistra (Lucini 2012-2017), il centrodestra (Landriscina 2017-2022) e l’outsider indipendente (Rapinese, appunto, 12 mesi fa), non venne mai definito o enunciato con precisione da nessuna delle due parti, ma aleggiava comunque una (pseudo)certezza: vasti potentati in grado di dominare le scelte principali della città minacciavano il regolare corso delle elezioni, con l’intenzione di ipotecare le grandi scelte per il futuro. Il sorprendente esito delle urne già smentì in presa diretta il tutto, ma per saggiare ulteriormente la soffice consistenza di quegli argomenti basterebbe dire che già un secondo dopo il voto quegli slogan – risibili soprattutto se propugnati da chi aveva governato la città per 23 anni su 29 – sparirono completamente dai radar (fatta eccezione per la battaglia del neosindaco contro i Balocchi, peraltro “vinta” su Como senza grandi opposizioni, segno che forse quei poteri tanto forti non erano). Ma comunque, un anno dopo, è legittimo chiedersi: che fine hanno fatto quei cosiddetti poteri forti?
Liquefatti, si direbbe. Ma la verità è che – se sono esistiti in passato – liquefatti lo sono ormai da anni. Perché il dato più evidente, andando anche oltre la polemica politica che in fondo ci sta sempre soprattutto nelle campagne elettorali, è che Como in realtà non sembra avere poteri forti in grado di incidere sulle decisioni che contano. Forse non ha proprio poteri. Che poi sia un bene o un male, questo sarebbe altro tema e ognuno può avere la sua legittima opinione. Ma di sicuro l’assenza di massa critica in assoluto allenta le briglie su uno sviluppo del capoluogo indirizzato e deciso, oltre ad alleggerirne la pressione sui centri decisionali romani e milanesi, qualsiasi sia la direzione. E’ una constatazione materiale, precedente l’opinione.
E’ effettivamente esistito un tempo – e non è solo un modo di dire: per anzianità di servizio lo si scrive per esperienza diretta – in cui le cronache della città e del territorio erano zeppe di “altri poteri” vivi, incisivi e dialettici a Como. Forse non forti come li si dipingeva nemmeno all’epoca – e arriviamo fino a una decina di anni fa, su per giù – ma sicuramente presenti, percepibili, tangibili, articolati nella vita pubblica del capoluogo e non soltanto nei “recinti” di competenza, pur nobili. Quali erano queste forze vitali del tessuto economico, sociale, imprenditoriale della città?
Nessuna rivelazione particolare da fare, nomi e sigle sono quelli che almeno a livello nazionale si leggono ancora: le associazioni di categoria, i sindacati, talora i singoli imprenditori di peso, le personalità della cultura o del terzo settore. E oggi cos’è rimasto dell’attivismo e dell’interventismo di Confcommercio ai tempi del pugnace Giansilvio Primavesi, della Confindustria guidata da Ambrogio Taborelli, di figure di artigiano-combattente come lo scomparso Cornelio Cetti, di cgiellini, cislini, uillini interventisti sulla realtà contingente e non solo sui massimi sistemi come Amleto Luraghi, Giacomo Licata, Fausto Tagliabue, Giuseppe Doria, di vulcanici presidenti della Camera di Commercio come Marco Citterio? Forse giusto Confesercenti – prima con Sergio Ferrario e ora col tandem Basilico-Casartelli – lascia udire ancora la propria voce nel dibattito pubblico ma il peso è dato dai numeri ed è per forza relativo; in auge, negli ultimi anni, sovviene solo il nome di Paolo De Santis, imprenditore alberghiero e grande ex per lungo tempo ai vertici economici lariani, al quale va riconosciuto il tentativo di incidere ancora, almeno fino a un paio d’anni fa, con l’esperimento di Officina Como. Poi, il silenzio generale o quasi (che si potrebbe estendere anche alla Chiesa, se si pensa a cosa fu, nell’ambito del dibattito pubblico, il vescovo Alessandro Maggiolini). E anche stimolare serve a poco: il terrore che assale l’interlocutore di turno se si chiede un parere sull’attualità comasca diventa elemento respingente a priori.
Quasi che temi come il turismo di massa, il futuro della Ticosa, gli stravolgimenti del commercio, le grandi opere che servirebbero alla città (a partire dai trasporti), i cambiamenti del tessuto economico-sociale del capoluogo, le aspirazioni anche culturali di un territorio, il tema della migrazione oltre i meme su facebook, non fossero cosa che tocca le stanze dei bottoni e gli abbottonati al loro interno. In questo quadro di semi-mutismo e molta rassegnazione – che si salda a un generale e crescente disinteresse della cittadinanza per la politica unito alla crisi epocale di rappresentanza dei partiti – impossibile, anzi, ridicolo stupirsi se in città si sente un unico megafono a rete unificate: chi non coltiverebbe gli orti abbandonati da altri? Il famoso motto dice che chi dorme non piglia pesci, al limite giusto qualche schiaffo o benevola carezza. Ma sempre in religioso silenzio, su comode poltrone executive. E intanto, l’unico potere in grado di dettare legge sul futuro di Como si chiama Spritz.