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Se ‘Tijuana’ si ribella agli slogan: via Anzani, le colpe e le risposte dovute a un quartiere tradito

Se Tijuana si ribella al suo fustigatore a suon di bottigliate, pugni, calci e bici scagliate al cielo di chi è la colpa? Di ‘Tijuana’ e del nucleo canceroso di violenza e illegalità che appare inestirpabile e sempre più violento? O del fustigatore che gettò bidoni di benzina su una situazione già più che in fiamme, facendo di un tema complesso e di lunga durata un ducesco slogan non mantenuto? La nostra risposta, con tutti i suoi limiti, è: di entrambi. E nemmeno basta a spiegare tutto.

Partiamo da un assunto obbligatorio, innanzitutto: via Anzani a Como non è Tijuana, la città messicana più pericolosa la mondo. Non ci assomiglia nemmeno lontanamente e l’accostamento – che per inciso buttò senza riguardi nel tritacarne della campagna elettorale 2022 l’allora candidato sindaco Alessandro Rapinese – non è solo completamente sbagliato e distorcente della realtà; è anche al confine con l’offensivo per le centinaia di persone che in quei palazzi vivono rispettando la legge, guadagnandosi da vivere onestamente, contribuendo con tasse e volontà alla prosperità della comunità.

Via Anzani è una strada, in sé non è né buona né ovviamente ‘la più pericolosa del mondo’. E’ il mix che sta a monte che ne decide la natura e l’identità: la presenza di luoghi ceduti all’anarchia e al mancato controllo da chi invece ne dovrebbe garantire coesione sociale e sicurezza, il prosperare di piccoli o grandi affari illeciti alla luce del sole, davanti ai quali istituzioni e ordine pubblico girano con troppa facilità lo sguardo dall’altra parte, la paura che immobilizza e rende vittima la gran parte dei cittadini, ostaggi di una realtà ignorata così a lungo da essere ormai sfuggita di mano. Ma tutto questo accade e si verifica drammaticamente pur sempre a causa di una esigua minoranza violenta ai danni di una stragrande maggioranza pacifica.

Stabilito questo quadro generale, forse ci si aspetterebbe che qui si indicasse come unico colpevole della situazione attuale – fotografata dall’indegna rissa di due sere fa – l’attuale sindaco di Como, padre dell’accostamento messicano. Ebbene, al primo cittadino – ma a lui come, diciamoci la verità, a tutti i predecessori che non hanno saputo risolvere questa situazione di concerto con le forze dell’ordine – può essere sicuramente addebitata la faciloneria con cui due anni fa promise di ristabilire ‘legge e ordine’ in via Anzani, un annuncio alla pancia del popolo evidentemente e clamorosamente tradito. E poi, come detto, all’attuale primo cittadino va ricondotta quell’uscita ‘esotica’ davvero infelice che oggi gli si ritorce contro in maniera cruda. Ma oltre a questo – che comunque già non è poco, ed elettoralmente, stando ad ascoltare i residenti inferociti, qualche centinaio di voti la lista Rapinese Sindaco qui li ha certamente inceneriti – non si può andare. Per un semplice motivo: la complessità del tema è enorme e sarebbe un errore liquidarla con gli stessi metodi sempliciotti che ora mostrano il flop.

In questa vicenda si mischiano temi sociali (immigrazione, sacche di esclusione), di ordine pubblico (spaccio, consumo e vendita abnormi di alcolici, auto-ghettizzazione di alcune comunità al confine tra legalità e illegalità, ruolo delle forze di polizia), politiche (assenza di misure ad hoc per il quartiere al di là della poco efficace ordinanza anti alcol, mancato rispetto delle ordinanze emesse in passato, mancata presenza in loco). È la storia che lo insegna: la complessità che si tenta di ridurre a urlo per la folla nelle mobilitazioni elettorali, finisce quasi sempre così. Nella ribellione alla faciloneria, sul terreno della realtà.

Dunque, in conclusione, senza fare sconti ai facili illusionismi ma nello stesso tempo mettendo da parte inutili crocifissioni di una sola persona (d’altronde sono anni che in via Anzani il quadro è questo), alcune cose servirebbero ora: mettere da parte roboanti promesse e assurdi accostamenti, garantire nell’immediato una presenza di sicurezza maggiore nella via come inevitabile prima toppa sul problema a monte (magari i militari che sfilano tra le boutiques del centro potrebbero essere dirottati qui ogni tanto?), e poi, a quel punto sì, prendere finalmente in mano una situazione già estrema con uno sguardo profondo, di lungo periodo, articolato oltre gli slogan messicani per garantire una ‘pace di via Anzani’ duratura, che vada oltre i cerotti e dia finalmente ai residenti incolpevoli la prospettiva di poter vivere serenamente e degnamente nel loro quartiere.

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