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Al Forum Ambrosetti 3 storie di persone eccezionali che usano la tecnologia per cambiare il mondo

Tre giovani, tre storie diversissime e un’idea comune: usare l’innovazione non soltanto per creare qualcosa di nuovo, ma per cambiare concretamente la vita delle persone. Sono Darlington Ahiale Akogo, Benedetta Margrethe Cattani e Tomer Cohen, i vincitori 2026 della Peres Heritage Initiative, premiati a Villa d’Este durante il Forum TEHA. ComoZero li ha incontrati e si è fatto raccontare i loro progetti.

C’è chi usa l’intelligenza artificiale per rendere la sanità accessibile anche dove oggi costa troppo. Chi protegge i satelliti da milioni di detriti che viaggiano nello spazio. E chi mette nella stessa stanza giovani israeliani e palestinesi, provando a trasformare un “nemico” in qualcuno con cui parlare e lavorare.

Sono le tre storie arrivate quest’anno a Cernobbio per la Peres Heritage Initiative, nata per raccogliere l’eredità di Shimon Peres e premiare giovani innovatori capaci di unire tecnologia e impatto sulla società.

Akogo: “Con l’AI democratizziamo la sanità”

Darlington Ahiale Akogo, fondatore e CEO della ghanese minoHealth AI Labs, parte da un’idea semplice: mentre i costi della sanità aumentano, quelli della tecnologia possono diminuire. Perché allora non utilizzare l’intelligenza artificiale per rendere le cure accessibili a molti di più?

“In sostanza stiamo democratizzando l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità”, racconta a ComoZero. La sua società utilizza l’AI per screening, diagnosi e pianificazione dei trattamenti. E porta un esempio impressionante.

“Pensiamo alla mammografia per individuare il tumore al seno. Oggi ottenere un referto può costare da decine fino a centinaia di euro. Con la nostra tecnologia il costo può scendere a 10 centesimi”. Una tecnologia sviluppata in Ghana e ormai arrivata lontanissimo. “L’abbiamo portata in 100 Paesi e cinque continenti. Questo dimostra che l’innovazione può nascere ovunque”.

Cattani, tre donne tornano in Italia per guardare allo spazio

Quella di Benedetta Margrethe Cattani, ingegnera aerospaziale e Fondatrice e CEO di Ecosmic, è invece anche una bella storia di ritorno. Dopo gli studi a Milano vola in Olanda e approda all’Agenzia Spaziale Europea. È lì che incontra le future socie.

“Eravamo tre donne ingegnere con una passione e un’ambizione che ci hanno fatto decidere di lasciare un posto dove avremmo potuto crescere e rimanere per tanti anni, per fare la nostra cosa”. E decidono di farla proprio in Italia:

“Eravamo tra Olanda e Belgio e abbiamo deciso di tornare e fondare qui l’azienda. Una scelta totalmente in controtendenza”. Nasce così a Torino Ecosmic, che oggi lavora per proteggere satelliti e infrastrutture spaziali.

“Ci sono circa 15mila satelliti e oltre 100 milioni di detriti spaziali. Viaggiano fino a otto chilometri al secondo: anche un oggetto di un centimetro può avere l’energia di una granata e distruggere un satellite”.

E proteggere quei satelliti significa proteggere molto di ciò che utilizziamo ogni giorno: navigazione, banche, previsioni meteo, comunicazioni e sistemi per monitorare la Terra e le emergenze climatiche.

Ma in uno scenario internazionale sempre più instabile il loro ruolo è diventato ancora più delicato. «Quando ho iniziato a occuparmi di questo settore pensavo soprattutto alla sostenibilità e alle collisioni accidentali», racconta Cattani. Oggi, invece, bisogna fare i conti anche con satelliti che possono manovrare per disturbare le operazioni di altri Paesi, interferenze, spoofing e attività di spionaggio.

È anche per questo che il lavoro di Ecosmic si è allargato: non solo evitare collisioni, ma monitorare ciò che accade nello spazio, riconoscere comportamenti anomali e individuare potenziali minacce. Un’attività sempre più strategica in un momento in cui anche lo spazio è diventato parte degli equilibri e delle tensioni internazionali.

Cohen: “Arrivano vedendosi come nemici, poi iniziano a considerarsi partner”

È forse la storia di Tomer Cohen, co-fondatore di Tech2Peace, quella che più direttamente raccoglie lo spirito del premio dedicato a Shimon Peres. Tech2Peace fa incontrare giovani israeliani e palestinesi tra i 20 e i 30 anni che, nella loro vita quotidiana, spesso hanno pochissime occasioni di conoscersi davvero. Per alcuni, chi sta dall’altra parte è prima di tutto qualcuno da temere o addirittura un nemico.

Il progetto li porta a trascorrere alcuni giorni insieme, alternando workshop di tecnologia, e oggi soprattutto dedicati all’intelligenza artificiale, a momenti di confronto e dialogo.

All’inizio si parte dalle cose più semplici: “I primi giorni facciamo attività legate alle differenze culturali e alla conoscenza reciproca. Poi iniziamo ad affrontare gli aspetti più duri del conflitto”.

È allora che israeliani e palestinesi cominciano ad ascoltare anche il punto di vista dell’altro. “È molto difficile per entrambe le parti immaginare che possa esistere più di una narrazione. Per la prima volta iniziano a capire come e perché l’altro pensa in un determinato modo”.

Non significa necessariamente essere d’accordo, però significa conoscersi, ascoltarsi e cominciare a vedere nell’altro una persona. Ed è proprio questo, racconta Cohen, il cambiamento più importante:

“Dopo alcuni giorni insieme iniziano a umanizzare l’altra parte. Cominciano a lavorare insieme e a vedere l’altro non più come un nemico, ma come un partner“. La tecnologia diventa così un punto di incontro: lavorare insieme su un progetto concreto aiuta ragazzi cresciuti su fronti opposti a superare almeno una parte della paura e della diffidenza reciproca.

Per Cohen anche ricevere questo premio sul Lago di Como ha un significato particolare: Guarda alla storia dell’Europa, attraversata meno di un secolo fa da guerre terribili e poi capace di costruire un percorso di collaborazione tra Paesi che erano stati nemici.

“Sappiamo quanto l’Europa abbia sofferto a causa dei conflitti e quanto sia stato importante riuscire poi a lavorare insieme”. Ed è proprio questa la speranza che porta con sé da Cernobbio: che anche israeliani e palestinesi possano partire da problemi e interessi comuni, lavorare insieme e trovare nel dialogo e nell’innovazione un primo terreno sul quale tornare a incontrarsi.

Tre giovani arrivati sul Lago di Como da percorsi lontanissimi: un’AI nata in Ghana che vuole rendere la sanità più accessibile, tre donne che scelgono di tornare in Italia per costruire il loro futuro guardando allo spazio e giovani israeliani e palestinesi che provano a conoscersi prima ancora di giudicarsi.

Tre storie diverse, ma con un filo comune: la tecnologia da sola non cambia il mondo, ma a fare la differenza sono le persone, le idee e il modo in cui si sceglie di usarla.

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