La storia della politica, a qualsiasi livello, è piena di inaugurazioni per fini propagandistico-elettorali. Nessuno si scandalizza più – figuriamoci a Como – e forse proprio questo è uno dei problemi, se non il principale: lo stato di narcosi con cui ogni cosa viene accettata, digerita, ingurgitata senza un’obiezione, un minimo cenno di stupore, figuriamoci un moto di sdegno. Eppure lo spiegamento di pensieri, parole, opere e assessori che ha festeggiato con clown e grancasse social la riapertura a metà dei giardini a lago, viste le condizioni in cui si presenta la zona, meriterebbe almeno una piccola alzata di sopracciglio (niente di più, ci mancherebbe).

E allora, eccoli qui i ‘nuovi’ giardini a lago riaperti in fretta e furia con la parata trionfale di sindaco e “compagnia giuntante”. Dopo due anni di lavori, 12 mesi di ritardo inclusi, ciò che si vedeva ieri – a una settimana esatta dal party di semiapertura – è quello che si può ammirare nelle immagini in pagina: distese di erba gialla e secca, di chiazze marroni, di terra gettata qui e là.



O ancora: cordoli mancanti in più punti, aree verdi che dopo un cantiere espressamente dedicato all’erba e al parco (e a cosa sennò, trattandosi di giardini a lago?) sono invece ricolme di erbacce come un’aiuolaccia qualunque, ampie alberate immerse in terra brulla e sassosa.


Parliamo dei monumenti? No, non parliamone. Meglio guardare le foto qui sotto, tra la grande opera che omaggia la Resistenza europea e quella che commemora Mafalda di Savoia, quest’ultima in condizioni al limite dell’oltraggioso.


Questo si è voluto inaugurare a tutti i costi 7 giorni fa, con tanto di video-sfilata social e a dispetto di ruspe e operai ancora al lavoro su metà superficie (tutta quella della cosiddetta battery).

Questo, per chiudere, è ciò che dopo 27 mesi di lavori hanno sotto gli occhi i comaschi e i turisti: un parco in gran parte sovrapponibile al precedente ma con un magnifico mantello tutto nuovo dipinto a chiazze brulle. Così è, se vi pare. E sennò, vi pare lo stesso.