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Questa Como ricca e satolla che trova normale il lungolago allagato dopo 17 anni e 35 milioni spesi

A Como c’è questa cosa assurda per cui è normale avere metà o un terzo del lungolago semiallagato senza apparenti motivi. Anche in giornate di splendido sole come ieri, domenica 17 maggio, giorno delle foto. Anche senza che il Lago di Como sia esondato, benché piuttosto alto (101 centimetri sopra lo zero idrometrico questa mattina). Anche dopo qualche giorno di pioggia tutt’altro che anomalo nelle primavere comasche.

A Como, soprattutto, è normale che, dopo un cantiere durato dall’8 gennaio 2008 alla metà del 2025, costato circa 35 milioni di euro, e capace di mettere in crisi la città, la politica e il senso stesso di un’operazione che – altro paradosso assoluto – avrebbe dovuto rendere asciutto il lungolago per i prossimi secoli, ecco, dicevamo, dopo questo immenso calvario è normale che cittadini e turisti debbano fare assurdi salti olimpici per attraversare la strada evitando maxi pozzanghere sulla strada.

 

Così come è normale che – dopo infinite garanzie che finalmente anche tutto il sistema interrato di gestione di acque nere, acque bianche, acque del Lario sarebbe stato rivoluzionato dalle paratie e reso impeccabile – invece a nemmeno un anno di distanza dalla fine degli eterni lavori crolli un intero pezzo di strada, formando una voragine perché, toh!, una roggia erode il suolo.

Se solo si avesse la pazienza di riflettere un attimo, o magari si avesse ancora qualche briciolo di indignazione da spendere in questa città ricca e sempre più ricca grazie a 7 stelle, pizzette e gelati, si coglierebbe l’incongruenza della situazione. Si cederebbe ancora almeno a un attimo di stupore di fronte agli stagni putridi che – pensate – prima del cantiere paratie non si formavano e adesso invece sono la regola. Una regola che nessuna sa da dove arrivi e per quale ragione ma che pure tutti accettano muti.

 

Invece quell’ircocervo chiamato con eccessiva generosità “nuovo lungolago”, spiaggiato senz’anima tra città e taxi boat, non suscita emozioni. Non colpiscono quelle sproporzionate aiuole recintate in mezzo al cammino, vengono ormai supinamente digerite le ringhiere modello Scampia da cui il mondo s’affaccia sul panorama, sono quasi amici di famiglia quei covi umidi di zanzare che restringono il lungolago senza un perché, senza un per come, piccoli imprevisti sul grande tragitto dei selfie.

Non sorprende più niente, a Como. Non stupisce più niente, nulla solletica istinti non dico di ribellione ma almeno di disappunto.  Qualcosa che vada oltre il ruttino via social. Va tutto bene così, tanto prima o poi le pozzanghere si asciugano. E chissenefrega se le abbiamo ‘aspettate’ per più di tre lustri e le abbiamo pagate di tasca nostra, a peso d’oro, per farci un ridicolo dispetto.

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