Un tesoro con il nulla intorno. Questo rischia di essere il museo di via Balestra che, a breve, ospiterà trenta delle mille monete d’oro ritrovate nel settembre 2018 durante i lavori di ristrutturazione dell’ex cineteatro Cressoni in via Diaz (qui una sbirciata al futuro allestimento).

E non si parla solo di sale del Museo Archeologico, chiuse ormai da anni senza una data certa di riapertura – almeno per quanto riguarda la sezione romana – che dia un senso e un contesto a quelle monete.

No, è qualcosa di molto più profondo che tocca l’anima di un’istituzione che da quasi 130 anni (era il 1897 quando venne inaugurato nella sede di Palazzo Giovio), ha svolto un ruolo fondamentale non solo di raccolta ed esposizione di reperti che raccontano la storia del nostro territorio dalla preistoria all’età romana, ma anche di ricerca scientifica di altissimo livello annoverando tra i suoi direttori nomi del calibro del grande archeologo Ferrante Rittatore Vonwiller fino a Lanfredo Castelletti, recentemente scomparso, che ne è stato direttore dal 1980 al 2009 (qui il nostro ricordo).

Lo scorso settembre, infatti, nel silenzio più totale e dopo oltre 40 anni di attività di altissimo valore scientifico, il Comune ha deciso di chiudere il Laboratorio di Archeobiologia, fondato nel 1983 proprio dallo stesso Castelletti, senza la più pallida idea di cosa fare di tutto il patrimonio di documenti e reperti nei depositi.
“Chissenefrega di queste istituzioni noiose, tanto ai turisti vengono in museo per le monete”, potrebbe essere la risposta di chi legge superficialmente la notizia senza sapere che, se conosciamo il valore e la storia di quel tesoro, è anche merito di luoghi come questo.
Perché qui, nelle sale di Palazzo Olginati, tra microscopi e reperti catalogati con rigore, per decenni si sono analizzati i ritrovamenti degli scavi archeologici di tutto il territorio tra resti umani, animali, botanici e tessili che hanno contribuito in maniera sostanziale alla ricostruzione della storia del luogo in cui viviamo, dalla preistoria al Medioevo.

Ma non solo, perché il laboratorio dei Musei Civici, negli anni, si è affermato anche come un punto di riferimento per l’archeobiologia a livello nazionale, con incarichi e pubblicazioni di assoluto prestigio. Un lavoro dietro le quinte di enorme valore che, a meno di voler ridurre tutto esclusivamente a ciò che appare sotto i riflettori, ai tagli del nastro e ai video promozionali, avrebbe meritato di essere valorizzato o, almeno, non buttato via.
E invece, a raccontare l’incredibile fine di questo gioiello tutto comasco è Mauro Rottoli, archeobotanico con un curriculum costellato di collaborazioni prestigiose e socio fondatore e presidente della Cooperativa di Ricerche Archeobiologiche Arco che dagli esordi ha avuto, in convenzione con il Comune, la gestione del Laboratorio.
Cosa è successo?
La nostra Cooperativa ha avuto in gestione il Laboratorio fin dalla sua nascita tramite convenzioni con il Comune fino all’ultima, prorogata cinque anni fa in mancanza di un bando. Un bel giorno, ci era stato chiesto chiaramente: “Quando andate in pensione?”, ma al momento non avevamo capito bene se intendessero farci una festa o calcolavano quanto mancasse a buttarci fuori finché, a inizio 2025, ci è arrivata una lettera con la quale ci veniva comunicato che entro il 30 settembre dovevamo andare via.

Vi sono state spiegate le ragioni di questa decisione?
Ci è stato detto che il Laboratorio non è più tra gli scopi del Museo e non interessa più averlo perché oggi la ricerca si fa in altri modi. Mi domando allora qual è lo scopo del Museo Archeologico visto che è chiuso al pubblico, non fa ricerca e, che io sappia, non fa più neanche campagne di scavo.
Che tipo di attività veniva svolta nel Laboratorio?
Il Laboratorio è nato da una eccezionale visione del dottor Castelletti che ha voluto creare un luogo in cui si potessero svolgere tutte le analisi necessarie a supporto degli scavi, dalla botanica all’archeozoologia, all’antropologia e allo studio dei tessuti. E, oltre alle analisi dei reperti ritrovati durante gli scavi seguiti dal Museo, hanno iniziato ad arrivare richieste dalle Soprintendenze anche al di fuori della Lombardia e da molte Università italiane fino a incarichi in Libia, Penisola Arabica, Egitto, Uzbekistan. Ma il nostro lavoro non si limitava a questo, perché abbiamo sempre accolto studenti, tirocinanti, ricercatori contribuendo alla loro formazione. Per tre anni abbiamo anche organizzato un Master di una settimana rivolto agli archeologi a cui hanno partecipato centinaia di studiosi, tra cui anche ispettori della Soprintendenza, un evento unico nel panorama scientifico di quegli anni in cui nessuna Università aveva competenze così complete. Era un esperimento praticamente unico in Italia, nel quale Castelletti credeva talmente tanto da essere riuscito a farsi donare un microscopio elettronico quando ancora, erano gli anni Novanta, praticamente nessuno ne aveva uno.

Non esistevano altri laboratori di questo tipo in Italia?
Allora no. Il nostro lavoro veniva svolto da singoli ricercatori in ambito universitario, ma non esisteva una realtà strutturata come la nostra e questo tipo di discipline erano considerate marginali. Posso dire che, senza ombra di dubbio, è stato il lavoro svolto nel Laboratorio dei Musei Civici a favorire lo sviluppo di questo campo di studi che oggi sono diventati fondamentali per fornire dati a tutto tondo sugli scavi, dall’ambiente al paesaggio fino all’alimentazione, all’economia e a tutti gli aspetti legati all’antropologia grazie agli studi di esperti come Cristina Cattaneo, antropologa e anatomopatologa notissima a livello internazionale, che ha collaborato con il Laboratorio fin dalla sua fondazione.

Quanti siti archeologici avete contribuito a studiare?
Circa 1600 a livello botanico a cui se ne aggiungono altri 300 per quanto riguarda l’antropologia con circa mille pubblicazioni e la partecipazione a numerosi convegni internazionali. E tutto questo ha portato alla creazione di un deposito ricchissimo, basti pensare che il solo materiale botanico occupa un magazzino di trenta metri per dieci con scaffali alti tre metri. Lo dico con grande stima e affetto, il dottor Castelletti era un “accumulatore seriale” e non voleva buttare via niente, ma a ragion veduta: quello che oggi ha un significato, tra dieci anni con nuove tecnologie potrebbe raccontare altro.

Ma davvero una realtà così prestigiosa oggi non serve più?
La spinta è iniziata a mancare già dopo che Castelletti è andato in pensione, ma il colpo finale è arrivato a fine 2022, quando è stata approvata la revisione del Regolamento dei Musei Civici che ha accorpato al Museo Giovio il Laboratorio che, fino a quel momento, per volontà dello stesso Castelletti aveva avuto una sua autonomia esattamente come gli altri poli dei Musei come la Pinacoteca o il Tempio Voltiano.

Questo cosa ha comportato?
Dal punto di vista amministrativo, il Laboratorio è stato, per così dire, “declassato”, privato della sua identità a partire dal fatto che non è più prevista la presenza di un dipendente comunale, il tecnico di laboratorio. A questo si aggiunge una contrazione del lavoro dovuta alla nascita di laboratori analoghi nelle Università, soprattutto per quanto riguarda l’archeozoologia e l’antropologia, mentre per quanto riguarda l’archeobotanica e lo studio dei tessuti siamo ancora considerati i più bravi. E avevamo anche giovani collaboratori pronti a darci una mano.
Tutto il patrimonio documentale e di materiali che fine ha fatto?
Quando abbiamo chiesto cosa dovevamo fare dell’archivio cartaceo, delle pubblicazioni e della biblioteca specialistica, strumenti potenzialmente utilissimi per ricerche future, ci è stato detto chiaramente che non interessano più. Per ora noi stiamo lavorando alla digitalizzazione dell‘archivio cartaceo su un database che sarà pubblico, ma resta il problema dei dati raccolti ma non pubblicati, circa la metà degli scavi, che richiedono l’autorizzazione della Soprintendenza e andrebbero messi in rete per gli studiosi.
Il resto?
I materiali umani relativi alla Lombardia sono stati portati da Cristina Cattaneo a Milano e ci sono voluti due tir per spostarli. Al secondo piano del Museo Storico in piazza Medaglie d’Oro, oggi completamente deserto, oltre all’archivio cartaceo sono rimasti i materiali determinati mentre quelli non determinati, terre, campioni non analizzati o meno importanti che prima si trovavano in due stanze a rischio di crollo sono stati spostati un magazzino, vicino a piazza San Rocco.
Quale sarà il destino di tutto questo patrimonio?
Ci è stato chiesto di sistemarlo, ma è un’impresa impossibile e il fatto che ci sia stato detto che aver accumulato questa mole di materiali è “colpa nostra” non corrisponde al vero dal momento che abbiamo semplicemente eseguito la richiesta dell’allora direttore, che aveva chiesto alla Soprintendenza l’autorizzazione a realizzare un magazzino bio archeologico. Il problema è che, anche volendo, non è possibile buttare via semplicemente questi materiali perché sono di proprietà dello Stato, la Soprintendenza non li può prendere, ma non autorizza neanche a buttarli e le procedure per lo smaltimento sono comunque complicate e costose.
Possibile che nessuno accorra in vostro aiuto per salvare tutto questo dalla distruzione?
Quando si è sparsa la notizia della chiusura del laboratorio, il mondo accademico si è fatto avanti per salvare il salvabile, ma il rischio è che tutto questo enorme lavoro venga disperso tra varie università cancellandone il valore. Avrebbe almeno senso che il patrimonio archivistico restasse al Comune, visto che tutta la nostra attività è stata finanziata per decenni dall’amministrazione comunale e tutte le pubblicazioni sono state fatte a nome dei Musei Civici, ma non abbiamo avuto risposte in questo senso.
La Cooperativa Arco che fine farà?
Noi andiamo avanti a lavorare, abbiamo una nuova sede e il nostro contributo è ancora molto richiesto. E’ un peccato, però, vedere che il Comune non sa che pesci pigliare e che questo immenso patrimonio di conoscenze rischi di essere buttato via. In tutto questo, la mia speranza è solo che il dottor Castelletti non abbia saputo che tutto il suo lungo e appassionato lavoro di decenni è stato cancellato.
Questo articolo è uscito su ComoZero Periodico del 17 aprile:
