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Attualità

Gianotti su Gaddi, il ‘900 e la Como culturale: “La città dove proponi qualcosa e subito si alza una mano”

“Villa Olmo vale 100mila Case del Fascio”. È bastata questa frase, in pieno Gaddi-style, pronunciata dall’ex assessore Sergio Gaddi nel corso dell’intervista che abbiamo ospitato su ComoZero settimanale (e su ComoZero.it), per rimettere un po’ di pepe nel piatto obiettivamente soporifero che Como sta offrendo in questi anni in tema di cultura.

Neanche il tempo di pubblicarla ed ecco arrivare la risposta piccata del nume tutelare del Razionalismo comasco, il Maarc (Museo Virtuale Astrattismo Architettura Razionalista Como) che, con un post sulla sua pagina Facebook, ha risposto per le rime: “Villa Olmo vale 100mila case del Fascio: interessante constatare una volta di più il carattere degli italiani, guelfi e ghibellini, opposte fazioni sempre pronte a scontrarsi. Che noia! E che c’azzecca comunque il paragone? – si legge – e se vogliamo rimanere su questo sterile terreno mi chiedo, come mai su tutti i libri di storia dell’arte la Casa del Fascio di Como è presente e Villa Olmo no? Cosa ne pensate?”.

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Uno scambio di battute che poteva finire lì ma che, invece, potrebbe essere l’occasione per riaprire l’eterno, ma mai risolto, dibattito su cosa vuole essere Como quando si parla di cultura. Così abbiamo chiesto a Ebe Gianotti, architetto e presidente del Maarc, di spiegarci meglio il loro punto di vista.

Non avete preso benissimo le parole di Gaddi, vero?
Partiamo dal dire che non ci siamo infuriati leggendo le parole riportate nell’intervista. Quello che fa arrabbiare è il fatto che sembra sempre che esistano solo due alternative: o le grandi mostre o gli eventi d’élite.

Invece?
Invece non è così. O almeno, non dovrebbe essere così perché queste due strade possono e devono convivere. Ma, almeno a Como, sembra essere una missione impossibile.

Secondo lei perché?
Perché manca l’idea di un progetto comune. Non fai in tempo a condividere uno spunto che, invece di ricevere sostegno, c’è subito qualcuno che alza la mano e dice “eh sì, però prima ci sarebbe quest’altra cosa da fare”. Ricordo ancora ai tempi del sindaco Lucini, quando è stata proposta l’idea della candidatura di Como a Patrimonio Unesco per il Razionalismo (avanzata dal consigliere Mario Molteni, lista Per Como, nel 2013, Ndr). Un’idea splendida che avrebbe valorizzato il nostro patrimonio ma che qualcuno considerò riduttiva rispetto alla valorizzazione dell’intero Lario in quanto unico lago a forma di ipsilon rovesciata (Fiammetta Lang, presidente della sezione comasca di Italia Nostra, Ndr). Capisce che così non si va da nessuna parte.

Ebe Gianotti (ph Pozzoni)

Però, tornando al succo delle parole di Gaddi, è innegabile che Rubens faccia più numeri di Terragni.
Li fa solo perché il Novecento è un secolo ancora poco valorizzato per quanto riguarda l’arte. La mostra dedicata a un grande nome attira grandi numeri ma non porta avanzamenti di nessun genere per la città. Rubens è patrimonio delle Fiandre, non di Como. Quando nel 2015 abbiamo presentato al Ministero il progetto per rendere la Casa del Fascio e l’Uli sede museale, eravamo l’unica proposta di valorizzazione di un bene demaniale del ‘900 avanzata in tutta Italia. Se vogliamo fare un passo avanti dobbiamo iniziare a valorizzare ciò che è nostro.

Quindi basta grandi mostre?
No, le grandi mostre vanno benissimo ma non devono diventare l’unico obiettivo culturale della città e, soprattutto, l’unica occupazione dell’assessore. L’organizzazione va affidata a società esterne che lo fanno di mestiere senza disperdere energie che, invece, dovrebbero servire a coordinare e sistemare ben altri tasselli. La cultura di una città non può essere solo una grande mostra.

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Per fare tutto, però, occorrono risorse e torniamo al dubbio iniziale. Se non si potesse fare tutto scegliamo Rubens o Terragni?
Non serve scegliere, si deve puntare a fare tutto. La verità è che non servono soldi ma idee, organizzazione, messa a sistema. Il concetto che la cultura sia necessariamente in perdita deve finire. Le risorse si trovano, basta avere i progetti.

Quindi il vostro progetto sul museo del Razionalismo alla Casa del Fascio prosegue.
Assolutamente sì, siamo agguerritissimi.

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Chiedersi se sia meglio Villa Olmo o la Casa del Fascio o su cosa sia meglio puntare tra grandi mostre e valorizzazione del nostro patrimonio, più che un dubbio amletico assomigliano a quel “vuoi più bene alla mamma o al papà?” con cui la vecchia zia ci inchiodava durante il pranzo di Natale.

E non perché certi bivi siano inutilmente dolorosi, ma perché proprio non esistono. Perché non sta scritto da nessuna parte che una città debba decidere tra la mostra, uguale a Como come a Napoli ma con code chilometriche alla biglietteria, e la solitudine dei numeri primi dei suoi capolavori razionalisti. Infatti hanno ragione entrambi.

Ha ragione l’ex assessore Sergio Gaddi quando dice che Villa Olmo, intesa come contenitore e attrattore di genti, vale 100mila Case del Fascio e che Como deve tornare a organizzare grandi mostre. E ha ragione la presidente del Maarc Ebe Gianotti quando gli risponde che ok le mostre, ma Como è sui libri di storia dell’arte di tutto il mondo (anche) per Terragni, e non perché una volta ha ospitato i quadri di Mirò. Ma il punto è che chi si mette a tavolino a studiare che direzione dare alla cultura di questa città dovrebbe tenere presente che il Nord sulla bussola non lo segna chi ha più coda alla cassa e neppure chi è più citato sui libri.

L’obiettivo, il metronomo che dovrebbe regolare ogni battito di un assessorato vitale come questo dovrebbe essere il terzo contendente di questo apparente duello ovvero chi osserva e pensa “Ok, bello il Razionalismo, ma esattamente cos’è?” mentre beve il caffè in una tazza con su le Ninfee di Monet, mica il Novocomum. Perché nessuno, o quasi, avrà mai la Casa del Fascio sulla borsa di tela, parliamoci chiaro. Siamo anime semplici e continueremo a preferire gli angioletti di Raffaello e i girasoli di Van Gogh. Ma se ci dite che una cosa è fighissima, e ce lo dite bene senza fare i professori, un’occhiata andiamo a darla perché siamo animaletti curiosi, noi umani.

tende rotte all’asilo Sant’Elia di via Alciato ph: Carlo Pozzoni

Quindi si vinca pure facile con le grandi mostre ma che poi che i monumenti facciano squadra per usare il potere attrattivo di Villa Olmo per alimentare progetti che raccontino a tutti, e non solo agli adepti, che anche quel palazzo dietro al Duomo è un capolavoro universale, mica solo Guernica. O che quello davanti a cui ti ha scaricato il pullman non è un semplice condominio ma il guizzo di un genio. E Pinacoteca non è il nome di un farmaco contro l’insonnia ma uno scrigno che racchiude meraviglie, perché Razionalismo non è solo architettura.

Ma poi ti svegli e ti ricordi che sei a Como. E che noi il bivio tra grandi mostre a Villa Olmo e valorizzazione del patrimonio razionalista l’abbiamo risolto da tempo e nella maniera più semplice: mandando tutto in malora. Le facciate scrostate e le transenne che ingabbiano la villa da una parte (ne abbiamo parlato nelle pagine precedenti) e l’Asilo sant’Elia, uno dei massimi capolavori di Terragni, ridotto a eterno cantiere da quasi due anni. Ecco, a Como abbiamo trovato da anni il filo capace di unire location per le grandi mostre e Razionalismo: il degrado.

L’ARTICOLO CHE HAI APPENA LETTO E’ USCITO SU COMOZERO SETTIMANALE: ECCO DOVE PUOI TROVARLO

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Un commento

  1. Condivido quanto dice la Presidente Gianotti. Forse Rubens farà più numeri di Terragni ma non ho dubbi che il Romanico, Sant’Elia, il Razionalismo, Terragni e il Gruppo dei Sette e gli astrattisti comaschi sono parte integrante di Como e della sua identità culturale. La vera domanda però che mi viene è un’altra. Perché la politica cittadina è così assente su questi temi? E dire che il patrimonio ambientale, le bellezze del lago, e quello culturale, le splendide scuole architettoniche e la straordinarietà con cui sono integrate tra loro e l’ambiente, sono il tratto distintivo della nostra città. Quella che ci consente di riconoscerla tra mille altre. Non si può incentrare il dibattito politico solo sulle botteghe del mercato coperto, sui parcheggi, sull’ostracismo al dormitorio e su altri piccoli temi. C’è molto altro. La politica deve occuparsi anche e soprattutto di valorizzazione della cultura in una città che, tra l’altro, vorrebbe avere vocazione turistica.

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