Riceviamo e pubblichiamo il racconto horror di un comasco che due giorni fa tornando da una vacanza a Londra dopo essere atterrato è finito nel girone infernale a Malpensa. Un racconto preciso con una considerazione finale di cui si dovrebbe fare tesoro.
«Benvenuti in Italia». È stato questo il pensiero che mi è passato per la testa ieri sera (due giorni fa, il 25 maggio, Ndr), al ritorno da una settimana di vacanza a Londra con mia moglie e mio figlio di tre anni e mezzo.
Alle 17.30 partiamo da London Gatwick Airport direzione Aeroporto di Milano Malpensa. Volo puntuale, atterraggio perfetto. Sull’aereo ci sono moltissime famiglie con bambini piccoli, stanchi dopo una lunga giornata di viaggio, con un solo desiderio, tornare a casa il prima possibile.
E invece inizia un’odissea.
Dall’aereo al terminal veniamo caricati su due bus che, per motivi incomprensibili, restano fermi almeno una decina di minuti prima di partire. Già lì si percepisce che qualcosa non funziona. Una volta arrivati in aeroporto, il personale divide i passeggeri in gruppi separati. Da una parte le famiglie con bambini, dall’altra chi viaggia senza figli. Gli stranieri più fortunati possono invece utilizzare le macchinette automatiche per il controllo dei documenti.
Ed è proprio lì che la situazione diventa surreale.
La fila “normale” è lunghissima ma scorre rapidamente. Quella dedicata alle famiglie, invece, è praticamente bloccata. Su quattro postazioni disponibili per il controllo passaporti, soltanto due sono presidiate dagli agenti. Le altre restano chiuse. L’aria condizionata non funziona e all’interno dell’area controlli si crea un clima pesante, soffocante.
Nel frattempo, ogni volta che qualcuno ha problemi con il passaporto elettronico o con le macchinette automatiche, viene fatto passare davanti alle famiglie in attesa, allungando ulteriormente tempi già assurdi.
Davanti agli occhi di tutti iniziano scene imbarazzanti per un aeroporto internazionale. Bambini che piangono disperati, genitori esausti, piccoli che non riescono più a trattenersi e si fanno la pipì addosso dopo quasi un’ora in coda. E tutto questo nell’indifferenza generale.
Quando qualcuno prova a protestare, facendo notare che la situazione è diventata ingestibile, la risposta del personale è sempre la stessa. «Non è colpa mia». Dopo circa 50 minuti di attesa per smaltire una ventina di famiglie, gli animi iniziano inevitabilmente a scaldarsi. C’è chi alza la voce, chi chiede spiegazioni, chi semplicemente non riesce a credere che nel secondo aeroporto più trafficato d’Italia si possa assistere a una scena del genere. Ma nulla cambia.
Dal momento dell’atterraggio a quello del ritiro bagagli passa circa un’ora e mezza. Nel frattempo l’aeroporto si svuota completamente. La cosa che colpisce di più è il confronto inevitabile con l’arrivo a Londra di pochi giorni prima. A Gatwick ad attendere le famiglie c’erano 12 postazioni aperte, ognuna con un agente pronto a controllare i documenti in modo rapido ed efficiente.
A Malpensa, invece, due soli controlli aperti per decine di famiglie con bambini piccoli, senza assistenza, senza organizzazione e senza la minima attenzione verso chi era evidentemente in difficoltà. Ed è forse questa la parte più triste. Non il ritardo. Non l’attesa. Ma l’assoluta normalità con cui viene accettato il disservizio. Come se fosse inevitabile. Come se in Italia dovessimo ormai abituarci al fatto che inefficienza, disorganizzazione e totale mancanza di rispetto per le persone siano diventate la regola.
Perché un Paese si vede anche da come accoglie chi torna a casa. E ieri sera, a Malpensa, l’Italia ha fatto davvero una pessima figura.