Non è priva di punzecchiature e tiratine d’orecchi la visita-recensione di Armando Besio alla mostra in corso a Como su William Turner, il grande evento culturale dell’anno (di cui però non sono ancora noti i numeri di affluenza). Il giornalista, direttore di festival, passato da grandi testate nazionali nonché già caposervizio del Venerdì di Repubblica e delle pagine culturali milanesi di Repubblica, laureato in Storia dell’Arte, ha scritto un lungo articolo per Artribune.com, la celebre rivista dedicata all’arte, punto di riferimento tra i più importanti in Italia per l’informazione e l’approfondimento culturale.
Nell’articolo – che trovate qui e che ovviamente non manca di sottolineare i pregi della mostra in corso sul Lario – non manca anche una sottolineatura d’esordio su una oggettiva verità riguardo la città di Como. La seguente, testuale: “Ricca di turisti pop e vip, locali e globali, che affollano le case vacanza e gli hotel di lusso (e ora, con la squadra di calcio in Champions, anche lo stadio), ma povera di appeal culturale, Como prova a ritagliarsi un posto al sole tra le città d’arte affidandosi a un testimonial d’eccezione: William Turner (Londra, 1775-1851), il sublime pittore inglese, maestro del paesaggio romantico, che in città e sul lago soggiornò a più riprese, nella prima metà dell’Ottocento, ritraendone la grande bellezza”. Insomma, ci si prova nonostante il binomio Como-cultura, almeno secondo Besio, non sia ancora un punto forte dell’attrattività.
Dopo un’intro sulla mostra e sulla partnership Comune di Como-Tate di Londra, una prima sottolineatura ‘tecnica’ sull’enorme lascito di Turner “30mila lavori su carta, 280 album da disegno, 300 quadri a olio” di cui però “soltanto una piccola parte è approdata in riva al lago. Undici opere in tutto: quattro tele e sette acquerelli. Nulla di paragonabile con le recenti esposizioni di Turner a Londra, Lucerna, Venaria Reale”. Oggettivo.
Poi c’è un paragrafo che non si nasconde, dal titolo “Qualche criticità per la mostra di Turner”.
Besio sottolinea infatti che “il budget, tutt’altro che esiguo, avrebbe forse consentito di osare di più”. Questo il motivo: “Il Comune ha stanziato 450mila euro, saliti a 685mila con la variazione di bilancio votata all’antivigilia dell’inaugurazione, motivata con l’aumento delle spese di trasporto, assicurazione e climatizzazione (i dirigenti della Tate sono stati inflessibili)”. Insomma, cifra davvero alta per un evento del genere.
Ma non solo, qualche perplessità è anche sul scelta della triplice sede per la mostra (Pinacoteca, Broletto, San Pietro in Atrio): “Circa la triplice location, lo spazio deputato alle “grandi mostre” d’arte a Como sarebbe la neoclassica Villa Olmo, chiusa però da tempo, a causa di estenuanti lavori di restauro. Siamo dunque invitati a orientarci lungo le tre tappe di un percorso suggestivo, tutto interno all’antica Città murata, ma anche dispersivo (lodevole, però, la soluzione del Tate pass, il biglietto unico, valido 72 ore)”.
Non manca, comunque, la sottolineature del fatto che “il percorso espositivo restituisce l’amore di Turner per Como (e non solo)” così come lusinghieri giudizi in particolare sui 4 quadri a olio a Palazzo Volpi. Meno convincente sul fronte più che altro logistico risulta, “sempre in Pinacoteca, lo spazio Campo Quadro (da segnalare meglio)” mentre viene riconosciuto il valore dei 7 acquerelli al Broletto, “esposti per la prima volta in Italia”.
Infine, altra sottolineatura a chiusura dell’articolo, sulla scelta di far dialogare artisti contemporanei con l’opera di Turner, a San Pietro in Atrio, con l’installazione site specific di Jim Lambie dal titolo “Zobop” (“replicata più volte in varie sedi”, l’unica valutazione) e con “I love King’s Cross and King’ s Cross loves me, 8” di David Batchelor. “Arrivano dalla Tate anche i due artisti contemporanei protagonisti della sezione Feeling Colour – chiude Besio – in confronto (non immediatamente comprensibile) col sentimento del colore espresso da Turner”.
