Foto di copertina: ©Fabio Cani, per gentile concessione
Tra un paio di mesi saranno cinquant’anni esatti che Como ha perso l’occasione di avere una piazza Cavour di cui essere orgogliosa preferendo arrendersi alla banalità del nulla, delle siepi, dei praticelli recintati, degli archetti e dei fiorellini. Era il 1975, infatti, quando Eli Riva, geniale scultore (e virtualmente architetto) comasco considerato l’ultimo erede dei Magistri Cumacini, vinse il concorso indetto dal Comune per ripensare la piazza a lago con un progetto che, da mezzo secolo, giace in qualche cassetto di Palazzo Cernezzi mentre si dibatte (anche con questo nostro articolo) di siepi e potature.

A ricordare, però, che ci fu un tempo in cui si osava sognare qualcosa di più per il “salotto buono” della città, ci ha pensato Giovanna Riva, figlia del grande artista che non ha mai smesso di farne vivere memoria e progetti, che rispondendo sotto quell’articolo alla gallerista Enrica Vittani che ricordava il progetto di Riva, scriveva: “Se Eli Riva vedesse oggi la piazza che tanto amava, morirebbe di dolore. Meglio davvero se ne sia andato prima di vedere questo scempio”. Le abbiamo chiesto, allora, di raccontarci ancora una volta quel sogno sperando che, prima o poi, qualcuno trovi il coraggio di realizzarlo o, almeno, di ripensare in qualche modo a quel luogo.
Perché suo padre sarebbe morto di dolore vedendo l’attuale piazza Cavour?
Anni fa ho trovato un disegno di mio padre con il suo progetto di piazza Cavour nascosto dietro a un mobile, come se per lui fosse troppo doloroso guardarlo. Se ci fosse stato il coraggio di realizzare il suo progetto, oggi avremmo una piazza-scultura che i turisti verrebbero a visitare invece di subire uno spazio irrisolto e incompiuto come quello che abbiamo da cinquant’anni. E uso una frase che non è sua, ma che sicuramente avrebbe sposato: una piazza non è un giardino. Quelle aiuole non ci dovrebbero essere. E neppure le fontanelle, che lui definiva “banalizzazione dell’acqua”.

Cosa prevedeva il progetto vincitore del concorso?
Secondo mio padre, questa piazza aveva un grande pregio paesaggistico, ma un evidente difetto strutturale perché non era mai esistita perché qui, prima del riempimento del porto, c’era il lago. Non era una piazza “politica” come il Campidoglio di Michelangelo, né un sagrato né una piazza civica. Quindi si era posto il problema di individuare quale fosse il “segno” di piazza Cavour, la sua funzione, e l’aveva trovata nella contemplazione del panorama circostante tanto che lui stesso scriveva che “per subirne la trasparenza, la luce dell’acqua, le montagne e il loro riflesso sull’acqua, tutto questo insieme…il segno non può essere che di ordine contemplativo”. Ma contemplativo di cosa? Del lago, non certo delle aiuole.

E il risultato di questa riflessione, a livello concreto, quale era stato?
Un progetto visionario, come era stato definito da chi l’ha visto già 50 anni fa, con una pavimentazione in masselli marmo che, per disegno e colore, avrebbero ricordato le onde del lago “modellandola, quasi accarezzando come la superficie di una scultura e come avrebbe fatto l’acqua…perché era il lago a invadere idealmente la piazza, come se tornasse nella conca dell’antico porto”, come aveva detto Alberto Longatti descrivendolo. L’esatto opposto di quello che è stato fatto ora, quindi, con il lago tenuto a distanza invece di essere accolto. Serviva coraggio e non l’abbiamo avuto, purtroppo.
Per quanto riguarda il verde?
So che è un pensiero politicamente scorretto, ma quando ho visto per la prima volta piazza Verdi senza il cedro che c’era davanti al teatro Sociale ho pensato che fosse bellissima e che, anche se parte della città aveva protestato contro il suo abbattimento, quello spazio andasse liberato. E lo stesso vale per piazza Cavour. Il progetto di mio padre, però, prevedeva anche del verde, ma a margine, come passaggio ideale dalla piazza al lungolago e ai giardini. E prevedeva anche una balaustra sul lato dell’hotel Barchetta a cui appoggiarsi per ammirare il panorama. E panchine, tante panchine d’autore una diversa dall’altra. Con tutto questo, piazza Cavour sarebbe stata brutta?
“Piazza Cavour: l’incompiuta” è anche il titolo di uno dei capitoli del suo ultimo libro dedicato ai segni lasciati da Eli Riva (“Eli Riva 1921-2007. Segni nel territorio”, Nodo Libri Editore). Però si tratta di un progetto mai realizzato, perché inserirlo?
Perché un segno l’ha lasciato eccome, tanto che se ne parla ancora a cinquant’anni di distanza.