Un lago può sembrare immobile e rassicurante dalla riva, ma basta un ingresso improvviso in acqua molto fredda perché il corpo reagisca in modo difficile da controllare.
Il rischio riguarda anche persone giovani, allenate e capaci di nuotare, perché la cold water response non dipende soltanto dall’esperienza. Il tema è tornato al centro dell’attenzione dopo la morte, lo scorso luglio, di una bambina di nove anni nel lago di Como, in un tratto dove la balneazione era vietata e il fondale presenta bruschi cambi di profondità.
Laghi e fiumi pesano quasi quanto il mare negli annegamenti
I dati italiani mostrano quanto sia sbagliato considerare automaticamente sicure le acque interne. Secondo la relazione 2024-2025 dell’Osservatorio nazionale per la prevenzione degli annegamenti, richiamata dal Ministero della Salute, nel biennio sono stati registrati 604 decessi. Di questi, 281 sono avvenuti in mare e 277 in laghi, fiumi e altri ambienti interni.
Nei laghi il pericolo può essere poco evidente. Il fondo può passare rapidamente da pochi centimetri a diversi metri, mentre in fiumi e torrenti si aggiungono correnti, buche, sponde instabili e ostacoli sommersi. L’Istituto Superiore di Sanità ricorda inoltre che circa 70 persone l’anno annegano nei fiumi e invita a prestare attenzione alle basse temperature e alle correnti forti. La superficie tranquilla, insomma, non racconta necessariamente ciò che accade pochi metri più avanti.
Cold water response: cosa succede quando entri all’improvviso
Il fenomeno viene spesso chiamato cold water shock ed è una risposta involontaria dell’organismo alla brusca immersione in acqua fredda. Fonti di sicurezza come RNLI e Met Office indicano come particolarmente critica l’acqua sotto i 15 °C. Il primo effetto può essere un gasp involontario, seguito da respirazione molto rapida, aumento della frequenza cardiaca e della pressione.

È proprio nei primi istanti che la situazione può diventare pericolosa. Se la testa finisce sott’acqua durante il respiro improvviso, si può inalare acqua; nello stesso momento cercare di nuotare con forza può peggiorare la perdita di controllo della respirazione. La reazione iniziale tende ad attenuarsi dopo poco, ma con il passare dei minuti il freddo può ridurre coordinazione, forza e capacità natatoria.
Per questo, in caso di caduta improvvisa, le indicazioni invitano prima di tutto a non agitarsi e cercare di galleggiare, mantenendo la testa fuori dall’acqua finché il respiro torna sotto controllo. Solo dopo, se possibile, si può chiamare aiuto o dirigersi verso un punto sicuro. Entrare lentamente nell’acqua fredda, invece di tuffarsi, può ridurre l’intensità della risposta iniziale.
Divieti, bambini e soccorsi: le precauzioni che contano davvero
La prima regola resta rispettare sempre cartelli e divieti di balneazione. Possono segnalare fondali pericolosi, correnti, difficoltà nei soccorsi o altri rischi non visibili dalla riva. Il caso del lago di Como ricorda quanto possano essere insidiosi alcuni punti: RaiNews ha riferito che nello stesso tratto, davanti al Tempio Voltiano, tra il 2017 e il 2023 erano già morte otto persone. :contentReference[oaicite:1]{index=1}
Con i bambini la sorveglianza deve essere continua e ravvicinata: l’ISS raccomanda di scegliere, quando possibile, zone sorvegliate e di non fare mai il bagno da soli. In acque aperte è utile anche un dispositivo di galleggiamento adeguato, soprattutto per chi non ha una buona capacità natatoria.
Se qualcuno è in difficoltà, buttarsi in acqua senza preparazione può creare una seconda emergenza. È meglio chiamare subito il 112, mantenere il contatto visivo e lanciare un salvagente, una cima o un oggetto che galleggi, restando in una posizione sicura. Nei laghi e nei fiumi, la prudenza non serve a rinunciare al bagno: serve a ricordare che acqua calma non significa acqua innocua.
