Secondo uno studio pubblicato nel 2025 su Behavioural and Cognitive Psychotherapy e rilanciato da Psychologies, questa abitudine molto comune racconta altro: il bisogno di tenere insieme memoria, controllo e continuità tra ciò che compriamo e ciò che abbiamo vissuto. Capita a casa, davanti a un cassetto pieno di carte piegate. O alla cassa del supermercato, quando si infila lo scontrino “per dopo”. Un gesto minuscolo. Ma non sempre senza significato.
La ricerca, condotta da Lauren Milgram e dai suoi colleghi, ha coinvolto 443 partecipanti scelti nella popolazione generale. Al centro c’era il rapporto tra oggetti comuni e memoria autobiografica. Ai partecipanti è stato chiesto di raccontare ricordi legati a tre categorie: il bene più prezioso, un oggetto ordinario e una vacanza recente, usata come confronto perché non legata a un oggetto fisico preciso.
L’obiettivo era capire perché alcune persone si affezionino a cose che, viste da fuori, sembrano non valere nulla: una ricevuta stropicciata, un biglietto del cinema, il ticket di un parcheggio. Non si parla solo di chi soffre di disturbo da accumulo. Anche senza un problema clinico, un oggetto minimo può avere una funzione chiara: fissare un ricordo, dare una prova, rimettere in fila una giornata.
Perché un vecchio scontrino può riaccendere ricordi vividi
Gli studiosi li definiscono ricordi “proustiani”: memorie forti, che tornano all’improvviso grazie a uno stimolo concreto. Un odore, una canzone, un sapore. Con gli scontrini conservati può succedere qualcosa di simile. Quel pezzo di carta può riportare a una cena in famiglia, al primo acquisto importante, a un viaggio in una città precisa, magari Milano, Roma o Parigi, con l’orario ancora stampato in fondo.
Secondo gli autori, la vividezza dei ricordi non era legata in modo significativo agli oggetti più preziosi. Sembrava invece più forte quando entravano in gioco oggetti ordinari. Ed è questo il punto. “Una maggiore vividezza dei ricordi associati agli oggetti era collegata a un più forte desiderio di conservarli”, scrivono i ricercatori, precisando che il legame era più netto proprio per gli oggetti banali del quotidiano. In sostanza, una ricevuta non conta per il suo valore. Conta per la storia che tiene attaccata.
Accumulo compulsivo o bisogno di controllo: la distinzione degli psicologi
Per gli psicologi, la distinzione è fondamentale: conservare qualche ricevuta non significa automaticamente soffrire di accumulo compulsivo. Nel disturbo da accumulo ci sono difficoltà persistenti a separarsi dagli oggetti, disagio importante e spazi di casa compromessi dall’ingombro.
Tenere alcuni vecchi ticket per memoria, garanzia o controllo delle spese rientra invece in comportamenti comuni. C’è poi un bisogno di controllo molto pratico: sapere quanto si è speso, poter cambiare un prodotto, ricostruire un pagamento, controllare il bilancio familiare a fine mese.
“Non lo butto, può servire”, l’hanno detto in molti, magari davanti a un portafoglio gonfio di carte. La ricerca non cancella il tema clinico. Invita però a non scambiare un’abitudine per una diagnosi. Il gesto, visto così, cambia peso: non accumulare per accumulare, ma conservare una traccia.
Quando conservare ricevute è utile e quando può diventare un campanello d’allarme
Tenere le ricevute può servire eccome: per resi e garanzie, per le spese detraibili, per controllare movimenti bancari o per ricordare un momento legato a un acquisto. Il problema nasce quando la conservazione diventa rigida, crea ansia, riempie cassetti, borse e stanze.
Oppure quando buttare anche un semplice scontrino provoca un disagio forte, fuori misura. In questi casi, spiegano gli esperti, può essere utile parlarne con un professionista, senza allarmismi ma senza far finta di niente. Una regola pratica può aiutare: tenere ciò che ha una funzione, fotografare o archiviare ciò che serve, eliminare il resto dopo un tempo ragionevole.
Perché tra memoria e ingombro un confine c’è, anche se non sempre è netto. E a volte passa proprio da lì: da un foglietto sbiadito rimasto in tasca dopo una giornata che, per qualche motivo, non si vuole perdere.
