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Giunta Landriscina tra Vietnam e prati in fiore. Nomi, deleghe, trappole: romanzo rimpasto

La partita che si è giocata questa mattina a Palazzo Cernezzi tra il sindaco e tutti i rappresentanti politici delle liste di maggioranza conclamata (Insieme per Landriscina, Lega, Fratelli d’Italia) o tentennante (Forza Italia), è tripla. Forse quadrupla se inseriamo anche le tensioni che pervadono il quintetto su singoli temi, vedi la deflagrazione di questa settimana con le abissali divergenze di vedute sul dormitorio tra Fratelli d’Italia e Lega.

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In un ordine di difficile posizionamento gerarchico, i punti sono questi: il tentativo (soprattutto del sindaco, che ha vinto non poche riluttanze nel riunire anche i forzisti al tavolo) di ritrovare la compattezza del 2017 per assicurarsi un ultimo biennio e mezzo di mandato più scorrevole, aspirazione che non può prescindere dal rientro dei berlusconiani in giunta; poi c’è il tema dei nomi degli assessori da sacrificare sull’altare dell’eventuale rimpasto (che comunque non è più un tabù) e, legati a filo doppio, quelli nuovi da inserire per i rientranti azzurri; infine – punto forse veramente decisivo per l’esito del tutto – le deleghe da redistribuire in giunta in caso di “remix” o “reboot”.

Sul primo punto (l’ambizione di tornare a fare quadrato con tutte le forze del centrodestra in consiglio), in realtà c’è poco da dire: per Landriscina questo è (a malavoglia o meno) il punto fondamentale per avere qualche garanzia che la seconda metà dei cinque anni di governo della città non si trasformino in un Vietnam di distinguo, eccezioni, smarcamenti, contestazioni più o meno velate da parte di Forza Italia.

Gli ultimi 15 mesi, cioè da quando i forzisti abbandonarono polemicamente l’esecutivo revocando Franco Pettignano (poi subito rientrato sotto le insegne di Fratelli d’Italia) e Amelia Locatelli, hanno ampiamente dimostrato che i berlusconiani, su ragioni vere o del tutto pretestuose, se vogliono possono far ballare a ogni singolo voto l’amministrazione. E altri due anni e mezzo così sarebbero probabilmente invivibili per tutti (a partire dalla città stessa).

Ma, come si accennava – e come è già stato ben scritto nel resoconto del vertice di oggi – perché Forza Italia possa tornare in giunta senza che si debba ricorrere a qualche impopolare aumento del numero complessivo degli assessori, qualcuno deve “saltare”.

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E qui gli indiziati principali sono due: il titolare di Sport, Ambiente, Parchi e Gardini, Marco Galli, che da tempo vive una situazione conflittuale e turbolenta sia con il primo cittadino sia con la “capa” vera della lista civica di cui anch’egli fa parte, cioè Elena Negretti.

E poi, sul tavolo traballante, c’è colei che è succeduta a Simona Rossotti alla Cultura nella primavera del 2019, ovvero Carola Gentilini (nome non sgradito, inizialmente, alla stessa Forza Italia, ma che nello stesso tempo i forzisti non ritengono loro diretta espressione ma “in carico” al sindaco stesso). Più salda – ma mai dire mai – pare invece un’altra outsider in quota primo cittadino, Angela Corengia.

Ma qui siamo già al terzo punto, che in qualche modo potrebbe anche cambiare i volti più papabili per un’uscita anticipata, sempre che poi il rimpasto vada a compimento. Perché al di là dei nomi, ciò che realmente vuole Forza Italia per tornare a far parte dell’esecutivo con due assessori come a inizio mandato (su questo pare siano tutti d’accordo), è poter disporre di deleghe pesanti.

Tre, in particolare, farebbero gola: almeno una tra Commercio e Urbanistica (entrambe appannaggio di Marco Butti di Fratelli d’Italia) e poi i Lavori Pubblici, questi ultimi in mano a Vincenzo Bella, altro nome che fa capo direttamente al sindaco più che a qualche lista o partito specifico.

Turismo, Cultura, Ambiente e in generale tutto ciò che appartiene oggi al duo vacillante Galli-Gentilini viene ritenuto dai forzisti come puro contorno: i piatti forti nel mirino sono gli altri. Ma è proprio qui che la trattativa rischia di imboccare subito una salita ardua, faticosa, non priva di contrarietà quando non addirittura di schiantarsi contro dei “no” assoluti (FdI, ad esempio, sembra pronta a fare muro su Commercio e Urbanistica, ma questo innescherebbe probabilmente i mitra forzisti su temoni quali il progetto Ticosa e l’operazione ex Albarelli-ex Lechler a Ponte Chiasso).

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Insomma, le difficoltà da superare – al netto di una complessiva volontà di collaborazione emersa oggi – sono molte.

Sarà l’abilità politica più o meno spiccata di chi a quel tavolo c’era, nei prossimi giorni, a dire se davanti a Mario Landriscina stiano per schiudersi prati fioriti di unità e concordia oppure una giungla vietnamita traboccante di mine e di imboscate.

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