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Punti di vista

L’amarezza dell’ex assessore: “Con la scuola si spengono le luci di quartiere. È la Como che vogliamo?”

La chiusura della scuola primaria Corridoni di via Sinigaglia, a Como, che secondo il sindaco dovrebbe fare spazio a un autosilo a servizio dello stadio, tiene banco da mesi. La svolta sembra sia giunta pochi giorni fa, con la sentenza del Tar che di fatto ha dato ragione al sindaco di Como, Alessandro Rapinese, sulla legittimità delle scelta di chiudere e poi eventualmente demolire la scuola.

Sul tema, oggi ospitiamo una lettera dell’ex assessore alle Politiche educativa con la giunta Landriscina, Alessandra Bonduri, che non nasconde il fortissimo rammarico per l’esito che sembra profilarsi. Di seguito, il testo integrale.

Oggi scrivo con il cuore pesante e mi scuso per non averlo fatto prima. Molti di voi immagino siano in vacanza ma penso anche che il vostro pensiero vada alla Vostra scuola: la Corridoni.

Il TAR ha ritenuto legittimo il provvedimento di chiusura della scuola elementare Corridoni, deciso da parte del sindaco Rapinese e dalla sua giunta. Prendo atto della sentenza. Le sentenze si rispettano ma non sempre si condividono.

Non tutte le volte ciò che è legittimo è anche giusto. Non sempre un provvedimento formalmente corretto rappresenta davvero l’interesse pubblico, ma equivale ad un indirizzo politico.

La chiusura della Corridoni non è la chiusura di un edificio. È la chiusura di un presidio. È la chiusura di un pezzo di quartiere che ogni mattina si svegliava con le voci dei bambini, con le maestre sul portone, con i genitori che si salutavano. È la difficoltà in più per le famiglie che da domani dovranno fare i conti con tragitti più lunghi, orari incastrati, meno autonomia. È togliere ai nostri figli un punto di riferimento a due passi da casa, in nome di altro.

Io parlo anche da ex assessore. Nel mio piccolo, con le risorse e il tempo che avevamo, avevo voluto l’abbellimento del giardino della Corridoni. Volevamo che fosse un posto più bello, più accogliente, più vivo. Credevamo che investire su quegli spazi volesse dire investire sul futuro. Oggi mi rendo conto che quegli sforzi rischiano di essere stati vani. E fa male dirlo.

E allora mi domando: è davvero questa la Como che sogniamo?
È questa la visione che abbiamo per il futuro della nostra città del Lario?

Essere Comaschi vuol dire forse accettare che si spengano una ad una le luci delle scuole di quartiere, che si lasci andare ciò che tiene unito un territorio?

Se la risposta è sì, allora stiamo scegliendo una città diversa. Una città più lontana dalle persone, più attenta ai numeri che ai volti.
Una città che chiude le sue scuole di prossimità perde qualcosa che non si recupera con delibere e carte bollate: perde comunità. Perde la possibilità che un bambino vada a scuola a piedi. Perde gli occhi degli adulti su un quartiere. Perde un presidio educativo e sociale.

Capisco le ragioni di bilancio, di organici, di messa in sicurezza o altre motivazioni. Le conosco. Ma chiedo a tutti, a partire da chi amministra oggi, di chiedersi: era questa l’unica strada? Non c’era un altro modo per tenere aperta la Corridoni, anche con sacrifici diversi?

La legittimità di un atto non esaurisce la responsabilità politica. E la responsabilità, oggi, è verso quelle famiglie che si troveranno in grande difficoltà e verso i bambini che pagheranno per primi questa scelta.

Resto qui, come cittadino. Resto disponibile a lavorare, per la scuola e per il nostro territorio. Perché i giardini che abbiamo abbellito non meritano di restare vuoti. E perché una città senza scuole di quartiere è una città più povera per tutti. E nella mia testa, anche su basi giuridiche, non può finire così e sarebbe importante che le famiglie continuino a lottare affinché i 200 alunni possano, di nuovo, varcare il cancello della Corridoni a settembre.

Con amarezza, ma senza rassegnazione.
Alessandra

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