Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Punti di vista

Scandaloso (?) Pesce a Cantù. Ecco ‘Maestà sofferente’ per le donne, con le donne contro

Se una cosa ha insegnato il secolo breve (inteso come il ‘900, non il saggio di Hobsbawm – che pure ne ha coniato la definizione – citato sempre a casaccio) partendo in nuce da Walter Benjamin e gli altri a seguire, è che alla fine ogni cosa sta (anche e soprattutto) nella domanda.

L’opera, generata e non creata, il metodo di realizzazione, il suo invecchiamento e la storia stessa dell’artista sono parte genetica del quesito: “Questa è arte?“.

Del resto Christo ben (ma ben) prima del sovraesposto The Floating Piers (al secolo: molo galleggiante o pontile) era stato padre geniale di Running Fence (con Jeanne-Claude – 1976) e dell’imballamento o impacchettamento dei monumenti dove – oltre alla mitizzazione, si conceda finanche eccessiva, della Land Art – soggiaceva la stessa domanda che, genuinamente il passante ha il diritto (se non il dovere, magari non del tutto consapevole o distratto ma sempre sanissimo per tutti) di porsi: “Che è?”.

Running Fence

Non arriviamo noi oggi a spiegarlo, ci mancherebbe.

Però.

Siamo (o dovremmo essere) ampiamente nel post. E, maledizione, nel post vale tutto (sotto il cappello orribile della post-verità). L’iperaccelerazione mediale sovrappone azione a percezione della stessa, senza tempi di elaborazione: fatto-finito-click-Social-commento-fine.

Poi c’è il valore sociale, estensivamente politico, del lavoro di un artista. Che non può essere ridotto (nel senso del brodo ristretto) a una duplicazione fotografica con post su Instagram.

E’ successo in Piazza Duomo a Milano, qualche mese fa, a Maestà Sofferente, incredibile installazione di Gaetano Pesce.

In una sorta di ultra-elaborazione di sé, Pesce ha ricontestualizzato (vile limitarsi a definirla un’autocitazione) la sua poltrona up5&6 (1969).

Pensato, quantomeno raccontato, come lavoro “contro la violenza sulle donne” è stato fortemente contestato da diversi movimenti attivi sul fronte dei diritti delle donne.

E’ il caso, tra i tanti, di Non una di meno che lo scorso aprile, all’inaugurazione per il Salone del Mobile, prese posizione durissima e seria (che, per essere chiari, non è affatto un post Social ma un’analisi precisa, condivisibile o meno):

Una rappresentazione della violenza che è ulteriore violenza sulle donne perché reifica ciò che vorrebbe criticare. La donna per l’ennesima volta è rappresentata come corpo inerme e vittima, senza mai chiamare in causa l’attore della violenza. E tutto questo senza passare dalla forma umana: alla poltrona e al puntaspilli mancano infatti testa, mani e tutto ciò che esprime umanità in un soggetto.

Maestà sofferente, corpo di donna mutilato flagellato da frecce che paiono spilli per proporzioni, oggi è in fase di allestimento a Cantù, in occasione del Festival del Legno.

E sta già animando un confronto serrato. Non solo (vivaddio) online.

Alleluja. E’ decisamente questo il dinamismo doveroso. Dubbio genetico nella domanda di cui sopra, un po’ parafrasata: “Ma davvero questa è arte?”.

A ciascuno la sua. Risposta. Se c’è.

Così l’amministrazione racconta la scelta di ospitare il lavoro di Pesce:

L’installazione posizionata in occasione del Festival del Legno 2019 resterà esposta fino al 27 ottobre al termine della Biennale Internazionale del Merletto.
L’opera unica di Gaetano Pesce è intrisa di significato, evidenzia infatti il trattamento delle donne nella società patriarcale e la disparità tra i sessi. La forma ricorda il corpo femminile, che, legato ad un poggiapiedi di forma sferica, simboleggia la donna prigioniera dei pregiudizi maschili, vittima delle sue violenze e priva degli stessi diritti universali.

A sottolineare il tema della violenza sulle donne, argomento di forte attualità saranno le innumerevoli frecce incastonate sulla superficie della sedia, e una serie di teste di animali realizzate in polistirolo e fibra di vetro verniciata montate su un cavalletto di ferro.

L’installazione della Maestà Soffrente sarà alta 8 metri e situata in una posizione privilegiata della città, Piazza Garibaldi, che le garantirà ampia visibilità e centralità, connotando l’edizione 2019 del Festival del Legno come evento che lega tradizione e innovazione ai temi di attualità che lo circondano coinvolgendo personaggi di spicco del design e dell’architettura italiani.
Il significato dell’opera di Gaetano Pesce è profondo, poiché affronta un tema quanto mai attuale in modo provocatorio.
Le riflessioni scaturite hanno portato a definire il tema della Cantù Città del Mobile 2019, che sarà la “PROVOCAZIONE” in tutte le diverse accezioni.

 

 

Un commento

  1. Potevano risparmiarci questo orrore,la piazza è gia abbastanza brutta da sola! Apprezzabili invece le installazioni degli anni scorsi, abbiamo fatto un bel passo indietro! Complimenti ai promotori!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Potrebbe interessarti:

Videolab