[Tutte le foto: Attilio Terragni]
Il grandissimo architetto comasco Mario di Salvo è morto due giorni fa, i funerali si svolgeranno domani, sabato, alle 15 nella chiesa parrocchiale di Rebbio. Oggi ospitiamo un toccante ricordo dell’architetto e artista Attilio Terragni che con di Salvo ha avuto un profondo legame, un’intesa umana e professionale che si coglie in ogni riga:
Mario Di Salvo: lo spazio armonico
«Beh, si vede che ho fatto tanta urbanistica».
Stiamo guardando le fotografie dei suoi lavori e Mario Di Salvo sorride.
«Sai, Mario Radice è stato il mio maestro. Diceva che l’urbanistica è strade ben definite e precise».
Nelle fotografie ci sono le case popolari di Fino Mornasco. Si vedono i percorsi esterni, le passerelle, gli spazi che distribuiscono gli alloggi e, soprattutto, il modo in cui le case non finiscono dove comincia la città.Forse Mario ha ragione.
Guardando i suoi progetti si capisce che l’urbanistica non è mai stata per lui qualcosa che veniva dopo l’architettura. Era già dentro l’architettura. Una strada, una piazza, un passaggio, un vuoto tra due edifici appartenevano allo stesso pensiero.
Ma poi succede qualcosa.
Perché gli edifici di Mario non assomigliano l’uno all’altro.
Ognuno sembra avere una propria fisionomia. Come le persone: appartengono alla stessa specie, ma nessuna è uguale a un’altra.
È forse questa la prima cosa che colpisce del suo lavoro.
L’ordine non produce uniformità.
Produce differenze.
Penso alla casa di Caslasco.
Un piccolo edificio, apparentemente semplice, nel quale il cemento armato non viene nascosto né impoverito. È lì, con la sua consistenza, con le sue possibilità, con la capacità di diventare spazio.
Immagino di arrivare davanti alla casa molto presto, quando la giornata non è ancora cominciata.
C’è una porta nera, semplice, sotto le falde inclinate del tetto.
Alla destra della porta il paesaggio lombardo scende lentamente verso la pianura. Forse c’è la nebbia. Forse no.
Non importa.
L’importante è quell’ora.
L’ora in cui ancora non è successo niente.
E penso allora alle piazze della città, quando sono vuote al mattino. Le alte colonne di granito sono lì, immobili, e la loro altezza sembra quasi sovrastare chi passa.Anche lì non è ancora successo niente.
Sono due luoghi diversi, ma producono una sensazione simile.
L’attesa.
La casa e la piazza sembrano prepararsi a qualcosa.
La giornata deve ancora cominciare e l’architettura, per un momento, sembra essere soltanto questo: uno spazio nel quale qualcosa può accadere.
Forse è una delle ragioni per cui ci alziamo la mattina.
Non sappiamo ancora cosa succederà.
E l’architettura, qualche volta, riesce a custodire proprio questa possibilità.
È allora che una forma apparentemente semplice può improvvisamente prenderci in contropiede.
Una porta, un muro, una colonna, una finestra.
Una cosa ordinaria che, per un istante, smette di esserlo.
La città è fatta di cose ordinarie.
L’architettura le manipola, le sposta, le mette in relazione e le trasfigura.
Non inventa necessariamente un altro mondo.
Prende questo mondo e lo fa apparire diverso.
Forse è per questo che penso ad Aristotele: la sostanza rimane, ma cambia la sua forma di apparizione.
È quello che accade anche a Bonassola.
La villa è appoggiata sul pendio, tra il cemento armato e la pietra, dentro quella luce particolare della Liguria che sembra appartenere alle cose ancora prima che alle case.
Mario mi racconta la storia.
Il committente gli aveva chiesto una casa «in stile».
Una richiesta che gli architetti conoscono bene.
Una casa che non disturbasse il paesaggio. Che si inserisse. Che assomigliasse alle altre.
È una richiesta comprensibile.
Ma l’architettura non è sempre così semplice.
Mario alla fine costruisce ciò in cui crede.
Non una casa che imita il paesaggio, ma una casa che entra in rapporto con esso.
Il cemento armato costruisce uno spazio luminoso, articolato, complesso.
E alla fine accade una cosa che non sempre accade agli architetti.
Il committente gli fa i complimenti.
Forse è anche per questo che Bonassola mi sembra importante.
Perché racconta una piccola battaglia vinta senza rumore.
In quegli anni l’architettura italiana sta cercando la propria memoria.
Aldo Rossi diventa una figura centrale. La storia ritorna nelle forme, nelle immagini, nei tipi architettonici. Il passato viene nuovamente interrogato, citato, ricomposto.
Mario percorre un’altra strada.
Non cerca la storia nella citazione della storia.
Cerca qualcosa di più difficile: una forma capace di appartenere al proprio tempo senza perdere la memoria della città.
Il cemento armato, allora, non è uno stile.
È uno strumento.
E uno strumento non dice da solo che cosa diventerà la musica.
Come quattro note di Mozart.
Prese una per una, non sono ancora una sonata.
Ma provate a metterle insieme.
Una dopo l’altra.Poi ripetetele, cambiatele, spostatele, fatele ritornare quando il nostro orecchio non se lo aspetta.
Allora quelle quattro note diventano un mondo.Le case di Cucciago mi fanno pensare proprio a questo.
Alla possibilità di fare molto con poco.
Alla semplicità che non è semplice.
Ma cos’è, veramente, questa semplicità?
Forse è il cuore buono di Flaubert.
È l’idiota di Dostoevskij.
È un quadro di Vermeer.
Sono tutte cose che sembrano semplici soltanto dopo che qualcuno è riuscito a farle.
Anche il cemento armato, quando viene usato da un grande architetto, può diventare così.
Non produce necessariamente anonimato.
Può produrre una forma individuale.
Una forma che non si ripete.
Giuseppe Terragni lo aveva scritto molti anni prima:
«Il definirsi dell’architettura è un fatto spirituale assai complesso del quale il modo di costruire è solo una parte».
Mario sembra partire da lì.
La costruzione è necessaria.
Ma non basta.
C’è qualcosa che viene dopo.
O forse qualcosa che viene prima.
L’immaginazione.
Per vedere veramente un edificio non basta guardarlo.
L’occhio raccoglie frammenti.
Una parete, una finestra, un pilastro, una luce.
Poi l’intelligenza ricostruisce.
Ma perché quei frammenti diventino un’immagine, una figura intera, una specie di carta topografica interna, deve intervenire qualcosa di diverso.
Una facoltà dello spirito.
L’immaginazione.
«L’architettura è un’arte, la principale…»
Mario lo dice quasi distrattamente.
Poi aggiunge:
«Ed è per questo che faccio fatica a definirmi un architetto».
È una frase strana.
Forse perché definire l’architetto significa già limitarlo.
L’architettura, se è davvero un’arte, non può essere soltanto una professione.E allora arriva la solitudine.Una solitudine che forse appartiene a tutti gli architetti che hanno continuato a pensare che una città potesse essere qualcosa di più di una macchina efficiente.
Solo i pugili, forse, possono capire davvero la solitudine di chi sale sul ring.
Anche l’architetto, qualche volta, è solo.
Ha davanti un foglio bianco e dietro di sé una città intera.
Deve convincere qualcuno che una strada può essere bella, che una piazza può avere una proporzione, che un edificio può essere preciso come uno strumento musicale.
Deve convincere che la città non è soltanto ciò che serve.
Può anche essere ciò che ci fa stare bene.
È una fiaba pericolosa.
Perché in una società «plutocratica», come dice Mario, queste cose sembrano spesso appartenere ai margini.
Eppure qualcuno ha continuato a crederci.
Mario Di Salvo appartiene a una generazione che ha fatto questo per noi.
Ha costruito.
Ha disegnato.
Ha discusso.
Ha cercato.
E soprattutto ha continuato a credere che l’architettura potesse essere un’arte.
Le sue opere sono rimaste.
Sono lì, nelle città e nei paesaggi.
Aspettano.
Come quella porta nera di Caslascio al mattino.
Come una piazza prima che arrivino le persone.
Come quattro note prima che cominci la musica.
Forse è questo che fanno le architetture quando sono davvero architetture.
Non ci spiegano il mondo.
Ci mettono nelle condizioni di guardarlo di nuovo.
Alla fine del nostro incontro Mario mi guarda e dice:
«Posso aggiungere una frase?»
E aggiunge:
«L’architettura è una musica che si sviluppa nello spazio. La musica è un’architettura che si sviluppa nel tempo».
Poi penso all’Arno.
A quella frase che Mario amava ripetere: continuare a bagnarci nell’Arno e non nell’Hudson.
Forse voleva dire proprio questo.
Che l’architettura non è soltanto una tecnica.
È una forma della nostra memoria.
E che, per capire dove stiamo andando, qualche volta bisogna continuare a mettere i piedi nell’acqua.




