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Lombardia, 15mila negozi di vicinato chiusi in 6 anni. Ma c’è il caso incredibile di una città

Saracinesche definitivamente abbassate, vetrine buie e vuote, insegne spente. Negli ultimi sei anni, la Lombardia ha registrato un bilancio pesantissimo: sono svanite 11.550 attività nei piccoli paesi e centri di provincia, a cui si sommano 3.440 serrate registrate nei capoluoghi.

Complessivamente, sul territorio lombardo sono scomparse quindicimila attività commerciali in sei anni, evidenziando un crollo verticale del 12% che ha fatto precipitare il totale regionale da 127.000 a 112.000 negozi operativi con una perdita complessiva di ricchezza pari a quasi due miliardi e mezzo di euro.

C’è poi l’aspetto drammatico della riduzione dei servizi — soprattutto a danno della popolazione anziana o di chi non possiede i mezzi per spostarsi lontano dalla propria abitazione —, nuclei familiari privati improvvisamente della propria fonte di reddito e occupazione, punti di aggregazione e luoghi d’incontro interamente azzerati, oltre a una percezione generalizzata di minore sicurezza urbana.

L’eccezione di Pavia e il valore dell’infrastruttura territoriale secondo Confesercenti

“Il commercio di prossimità agisce come una vera e propria infrastruttura territoriale – sottolinea Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti – Attorno a ogni attività si muovono occupazione diffusa, redditi, immobili attivi, servizi professionali, manutenzioni, tributi locali e una rete di beni e servizi accessibili cui si aggiungono presidio degli spazi urbani, sicurezza e coesione sociale”.

In questo scenario di chiusure generalizzate, alimentato dalle restrizioni della pandemia e dei successivi lockdown che hanno spostato stabilmente sul web le abitudini d’acquisto quotidiane, spicca un’unica anomalia regionale: Pavia. La città è infatti l’unico capoluogo ad aver visto incrementare il numero delle proprie vetrine attive, che oggi raggiungono quota 782, registrando 16 negozi in più rispetto ai 766 accesi prima dell’emergenza sanitaria.

La mappa della crisi nelle province lombarde e nel resto d’Italia

Le città dove le attività di prossimità subiscono le contrazioni più forti sono quelle collocate nelle aree più periferiche e montane: Sondrio registra un calo del 25%, Mantova del 22,5%, mentre Lecco e Lodi segnano rispettivamente flessioni del 21,8% e del 21,7%. Nelle altre aree – compresa quella comasca – le percentuali decrescono ma rimangono saldamente a doppia cifra ovunque, eccezione fatta per Milano, che si ferma a un -9,4% di negozi nei confini del capoluogo.

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