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Perché lavoriamo di più ma siamo più poveri? La lezione di Marco Leonardi a Como

C’è un dato che più di ogni altro fa riflettere ed evidenzia la particolarità della situazione di questa nazione: negli ultimi trent’anni, mentre in Francia e Germania i salari reali sono cresciuti di quasi il 30%, in Italia il potere d’acquisto dei lavoratori è crollato. Siamo l’unico grande Paese occidentale a registrare un segno meno.

A scattare questa fotografia, priva di edulcorazioni, è stato il professor Marco Leonardi, ordinario di Economia Politica alla Statale di Milano e già consigliere economico di diversi Governi. L’occasione è stata la serata promossa dall’Ucid Sezione di Como nelle Sale del Ridotto, introdotta dal presidente Onnik Manoukian, durante la quale è stato presentato il libro “Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione” (Egea), scritto da Leonardi insieme a Leonzio Rizzo.

Dietro i dati macroeconomici e le notizie sui record di occupati si nasconde una realtà ben diversa che pesa sui bilanci familiari. Tra il 2019 e il 2025, i salari reali nel nostro Paese hanno perso tra il 6% e il 10%. Trasformato in cifre concrete, significa che un docente con vent’anni di cattedra ha perso oltre 2.300 euro all’anno di potere d’acquisto, mentre un operaio metalmeccanico ha visto assottigliarsi lo stipendio dell’8%.

Come siamo arrivati a questo punto?

Non è solo colpa dello shock energetico o delle tensioni internazionali. Leonardi individua precise responsabilità interne e strutturali. Nei settori dei servizi, del turismo e della logistica, i contratti collettivi arrivano a essere rinnovati con oltre quattro anni di ritardo. Quando finalmente si firma, il danno dell’inflazione è ormai subito e irreversibile. A differenza di Germania o Stati Uniti, l’Italia non adegua gli scaglioni IRPEF all’inflazione.

Risultato?

Se un lavoratore riceve un piccolo aumento nominale per stare dietro ai prezzi, rischia di passare allo scaglione di reddito superiore e pagare più tasse, ritrovandosi paradossalmente più povero. Un meccanismo che ha portato nelle casse dello Stato 25 miliardi di extra-gettito nel biennio 2022-2023. La crisi colpisce in modo disuguale, scavando un solco tra generazioni e livelli di istruzione. L’Italia soffre la carenza di laureati e di percorsi di formazione tecnico-pratica. Chiamati a coprire mansioni a bassa produttività nei servizi, i giovani non laureati vedono le retribuzioni bloccate. Un fenomeno che sul territorio comasco assume un’evidenza particolare: la vicinanza con la Svizzera e la forza d’attrazione dei suoi stipendi rendono ancora più complicato trattenere i talenti locali. Rassegnarsi non è un’opzione.

Nel finale del suo intervento, Leonardi ha tracciato alcune priorità per invertire la rotta: rinnovare tempestivamente i contratti nazionali agganciando gli stipendi alla produttività, sterilizzare il fiscal drag per evitare che lo Stato si finanzi sulle spalle dell’inflazione dei cittadini, e infine investire in un’istruzione applicativa e moderna, capace di rispondere alle sfide delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale.

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