Vetrine vuote e saracinesche abbassate in una strada di quartiere, con un passante sul marciapiede
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Quindicimila attività chiuse in pochi anni: la grande fuga dalla Lombardia dei negozi “sotto casa”

A pesare sono stati il calo dei consumi, i costi sempre più alti e le abitudini cambiate dopo la pandemia. Il risultato è netto: la rete regionale è scesa da 127mila a 112mila esercizi, con effetti che non si fermano ai conti delle imprese, ma arrivano dentro quartieri e piccoli centri.

Il dato racconta una ritirata lenta, ma continua. In sei anni la Lombardia ha perso il 12% dei negozi di prossimità, passando da circa 127mila attività commerciali a poco più di 112mila. Dietro queste cifre ci sono vetrine spente, insegne tolte, locali vuoti lungo strade che fino a pochi anni fa erano parte della vita quotidiana. Secondo le stime diffuse da Confesercenti, la perdita di ricchezza sfiora i 2,5 miliardi di euro nella sola regione: oltre mezzo miliardo nei capoluoghi e circa 1,7 miliardi nelle province.

Ma non è solo una questione di fatturati. La chiusura di un bar sotto casa, di una cartoleria o di una piccola alimentari significa meno servizi per chi fa fatica a spostarsi, meno lavoro familiare, meno presenza nelle strade. Una serranda abbassata, spesso, non si rialza più. E il locale resta vuoto per mesi, qualche volta per anni.

Paesi e capoluoghi: dove le saracinesche si sono abbassate di più

Il colpo è stato più duro nei paesi lombardi che nei capoluoghi. Nei centri di provincia le attività erano circa 95mila nel 2019; oggi sono scese sotto quota 83.500. Vuol dire 11.550 esercizi in meno. Nei capoluoghi, invece, si è passati da 31.900 a poco più di 28.400, con circa 3.440 chiusure. Due andamenti diversi, ma lo stesso segno meno.

Persona anziana vista di spalle osserva una fila di negozi con saracinesche abbassate, con bici legata a un palo
Una strada di quartiere con saracinesche chiuse vista da un ingresso condominiale, simbolo del calo dei negozi di vicinato.

A soffrire di più sono le zone periferiche. Nei capoluoghi, il calo più forte si registra a Sondrio, dove le attività di prossimità sono diminuite del 25%. Seguono Mantova, con un meno 22,5%, poi Lecco e Lodi, rispettivamente a -21,8% e -21,7%. Anche altrove l’arretramento si vede, seppure con numeri meno pesanti: a Milano la perdita si ferma al 9,4%, un dato più contenuto ma comunque significativo in una città dove il commercio cambia pelle in fretta, tra affitti alti e ricambio continuo.

Nelle province il quadro resta difficile. Nel Mantovano e nel Lecchese si conta circa il 18% di esercizi in meno; in Valtellina il calo arriva al 17,5%, mentre nel Lodigiano sfiora il 15%. Solo nel Milanese e nel Pavese la flessione resta intorno al 10%. Un segnale chiaro: la forza economica di un territorio, da sola, non basta a salvare il commercio più piccolo.

La desertificazione sociale: servizi, lavoro e sicurezza che spariscono dai quartieri

Le associazioni di categoria usano un’espressione dura: desertificazione commerciale. Non è uno slogan. Quando chiude una bottega, se ne va un punto di riferimento: il negoziante che conosce i clienti per nome, il barista che si accorge se un anziano non passa più al mattino, la piccola attività che tiene accesa una strada anche dopo il tramonto. Sembrano dettagli. In realtà fanno comunità.

“Il commercio di prossimità agisce come una vera infrastruttura territoriale”, ha spiegato Nico Gronchi, presidente nazionale di Confesercenti. Attorno a ogni attività, ha aggiunto, ruotano “occupazione diffusa, redditi, immobili attivi, servizi professionali, manutenzioni, tributi locali”, oltre a una rete di beni accessibili e a un presidio degli spazi urbani. In parole semplici: un negozio non vende soltanto prodotti. Tiene vivo un pezzo di città.

Il peso maggiore ricade su anziani, famiglie senza auto, residenti dei piccoli centri e quartieri meno serviti. Se chiude il panettiere e la farmacia più vicina è a diversi chilometri, la vita di tutti i giorni cambia davvero. Anche la sicurezza percepita ne risente: meno luci, meno passaggio, meno occhi sulla strada. È una perdita silenziosa, ma si vede.

Pavia unica eccezione e il nodo dell’e-commerce che svuota i territori

Nel quadro regionale, Pavia è l’unica eccezione tra i capoluoghi lombardi. Le attività censite sono salite a 782, sedici in più rispetto alle 766 registrate prima della pandemia. Un dato in controtendenza, anche se limitato e non abbastanza forte da cambiare il bilancio complessivo della regione. Nel resto della Lombardia, la regola resta quella delle chiusure.

A pesare c’è anche lo spostamento degli acquisti verso l’e-commerce, cresciuto durante il Covid e poi rimasto nelle abitudini dei consumatori. Secondo le stime citate da Confesercenti, ogni 100 euro spesi nei negozi fisici lasciano sul territorio circa 70 euro, tra stipendi, fornitori, affitti e imposte locali. Se la stessa cifra viene spesa online, una parte simile tende invece a uscire dalla comunità, finendo in reti logistiche e piattaforme spesso lontane dal luogo dell’acquisto.

Il punto, quindi, non è solo scegliere tra carrello digitale e banco del negozio. È capire che cosa resta nei quartieri. In tutta Italia, nei capoluoghi, dal 2019 hanno chiuso circa 43.750 negozi: ne restano 261.400, il 14% in meno rispetto ai 305mila di sei anni fa. Nelle province italiane le serrate arrivano a 111.500, con 722.400 botteghe ancora attive contro le 834mila precedenti. La Lombardia, motore economico del Paese, non fa eccezione. E le sue vetrine vuote lo raccontano meglio di qualunque statistica.

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