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La non-mostra e la polemica Provincia-Sgarbi-Comune: ineccepibile costruzione sul nulla

(Foto di copertina Carlo Pozzoni)

In questi giorni “La Provincia” sta comprensibilmente dando molto spazio alla polemica a distanza tra Vittorio Sgarbi e la giunta di Como (con inclusione dell’assessore ombra alla Cultura, il consigliere Franco Brenna) per la mancata realizzazione di una presunta mostra a Villa Olmo con le opere della Fondazione omonima del critico (e gestita dalla sorella, Elisabetta).

Giornalisticamente ineccepibile: lo avremmo fatto anche noi, lo avrebbe fatto chiunque. A maggior ragione se le accuse al Comune di essere “sparito nel nulla” e “non aver mantenuto le promesse” dopo i primi abboccamenti di un anno fa (con tanto di visita a Palazzo Cernezzi del critico e successivo sopralluogo esplorativo di Elisabetta Sgarbi a Villa Olmo) vengono da un personaggione dalle qualità indiscusse, anche polemiche, come quelle del Vittorio nazionale.

In più, con l’addio ormai perdurante ai grandi eventi d’arte ospitati un tempo nella dimora neoclassica e la parallela fame di eventi che cresce sul Lario e in tutto il mondo, troppo ghiotta l’occasione per non cavalcare l’onda. Se poi aggiungiamo che Sgarbi si è lanciato nell’invettiva durante l’evento dedicato a Leonardo al Teatro Sociale sostenuto dalla stessa Provincia, allora è chiaro che il cerchio si chiude perfettamente.

Però, c’è un però. Anzi due.

Al netto della premessa che una mostra di Sgarbi in città, in astratto, sarebbe sempre meglio averla piuttosto che non averla (in generale è sempre meglio avere un quadro, una scultura, un ex libris in più, per la vita culturale di una comunità, piuttosto che sale e ville vuote), anche le polemiche giornalistiche nel loro piccolo si incazzano troppo, a volte.

Il motivo, in questo caso specifico, è presto detto.

Primo: nessuno, almeno pubblicamente (ci sono carte nei cassetti? Tiriamole fuori), conosce esattamente quale fosse la proposta espositivo-culturale di Sgarbi, di Elisabetta Sgarbi e della loro Fondazione Cavallini-Sgarbi per la città; nessuno sa quale fosse il progetto scientifico della presunta mostra; nessuno conosce quanto sarebbe costato il teorico evento e quale ritorno economico e di pubblico avrebbe potuto far ipotizzare; nessuno sa chi avrebbe finanziato l’evento e quale sarebbe stato l’impegno finanziario per l’amministrazione; nessuno sa in quale periodo si sarebbe dovuta svolgere la mostra virtuale, anche in relazione ai lavori che ancora devono interessare Villa Olmo.

Non è lana caprina: era previsto un solo quadro con un impegno economico di un milione di euro? O cento opere in arrivo a Como gratis? Erano attesi capolavori popolari, di nicchia, rinascimentali, futuristi, avanguardisti? L’allestimento ipotetico sarebbe nato da una trattativa diretta con la Fondazione o tramite bando pubblico? Si capirà che non c’è un mare ma una una serie infinita di oceani tra una opzione e l’altra, peraltro nella città che, proprio via stampa, riusciva a contestare al mai tanto rimpianto Sergio Gaddi qualche bilancio in rosso dopo aver portato qui centinaia di migliaia di visitatori a vedere Magritte, Picasso, Mirò e via dicendo.

Sgarbi e Gaddi a Villa Olmo (ph. Pozzoni)

Secondo: le cronache degli ultimi anni, giusto per aggiungere un po’ di pepe al tutto, dimostrano che ospitare una mostra curata da Sgarbi e basata sulle opere della Fondazione Cavallini-Sgarbi non è affatto garanza di successo a priori. A Trieste le polemiche sul flop di “Le stanze di Sgarbi”, nel 2017, risuonano ancora oggi, a Urbino “Rinascimento segreto” non è andata meglio, a Novara il bilancio complessivo è stato di 22mila visitatori per una spesa di oltre 200mila euro coperti in gran parte da sponsor, contributi e Fondazioni con un bilancio in pareggio sul filo di lana, mentre ad esempio nella sua Ferrara, al Castello Estense, l’evento sgarbiano è stato un successo (ma non privo di enormi polemiche per la concorrenza agli eventi di Palazzo Diamanti).

Altri casi con giudizi altalenanti si trovano facilmente, senza contare che l’esposizione che in teoria sarebbe dovuta passare da Como (un’ottantina di dipinti e sculture tra ‘400 e ‘800: ma è un pacchetto preconfezionato uguale per tutti o qui sarebbe stata altra cosa?) è finita a Caldes, in Trentino: 1.100 anime appollaiate tra i boschi a 700 metri d’altitudine. Con il massimo rispetto, non proprio New York, Londra o Parigi.

Insomma, godibilissima la polemica giornalistica. E se piace, benissimo fustigare con il nerbo di bue la giunta Landriscina due volte al dì, prima e dopo i pasti. Ma senza dati, numeri, cifre, ipotetici progetti, è più roba da Marchese De Sade che altro.

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