Che la vittoria di Alessandro Rapinese abbia scardinato un quadro politico-amministrativo comasco sicuramente ingolfato, è un dato di fatto più che un’analisi. E fin qui, i sostenitori del nuovo sindaco sembrano soddisfatti di quanto portato avanti, almeno come sensazione generale. I risultati tangibili? Per la verità, diversi sono ancora sulla carta o affidati ad annunci, più che nella realtà. Ma dal voto del 2022 non è passato nemmeno un anno intero, diversi iter sono stati avviati, il tempo per verificare, applaudire o criticare compiutamente deve ancora venire in larghissima parte. Qualsiasi giudizio tranchant sarebbe oggettivamente prematuro, mentre l’apprezzamento e la simpatia personali, così come eventuali orientamenti opposti, sono ovviamente del tutto leciti per chiunque sin dal primo minuto post vittoria, anche prescindendo dalla realizzazione dei programmi elettorali. E’ il cosiddetto gioco democratico, che però almeno su un fronte viene sistematicamente calpestato da 11 mesi a Palazzo Cernezzi.
Se infatti non è ancora minimamente tempo di pagelle generali per la Giunta Rapinese, una stortura assoluta nella concezione del rapporto tra questa amministrazione e la comunicazione all’esterno (politica o meramente tecnico-amministrativa che sia) si può sicuramente già segnalare. Perché di fatto non esiste praticamente alcuna comunicazione istituzionale del Comune capoluogo. E persino quella politica è ridotta a minimi termini accettabili in una società libera e civile.
Ciò che esiste a Como, oggi, è la voce del sindaco diffusa H24 tramite i suoi canali social (ovviamente senza contraddittorio, almeno per chi è ammesso alla loro fruizione), dal microfono e dallo streaming del consiglio comunale dove il primo cittadino esercita un assoluto e totale predominio nei dibattiti in rappresentanza dell’intera giunta e dei suoi consiglieri, oppure ancora tramite i vastissimi spazi non proprio scomodissimi di cui può usufruire il sindaco sui media cartacei e televisivi locali (anche qui senza contraddittorio, come lo stesso Rapinese denunciava rabbiosamente ai tempi dell’opposizione).
Sul fronte della comunicazione istituzionale, il Comune di Como è uno dei pochissimi ormai nel mondo che non ha un canale social di riferimento, fatta eccezione per singoli esempi autonomi (Polizia locale e Musei, ad esempio). Ma una presenza Facebook (inesistente), Twitter (fermo al 2018) o Instagram (stoppato 169 settimane fa) dell’amministrazione – nel segno di un rapporto diretto ma informativo e non politico-propagandistico con i cittadini – non esiste. E per una giunta come l’attuale che ha fatto della trasparenza un vessillo assai sbandierato, si tratta di una oggettiva anomalia. Anzi, nel 2023, forse di un’assurdità tout court, soprattutto per un capoluogo. Peraltro, una stortura rafforzata dal fatto che, per sentire parlare l’amministrazione in forma pubblica, oggi bisogna affidarsi soltanto agli autocelebrativi canali personali del sindaco e rarissimamente di qualche isolato assessore, dove naturalmente l’orientamento non è tanto informativo a beneficio di tutti bensì politico-propagandistico e finalizzato spesso ad autoesaltazioni e peana incondizionati di ritorno. Basti pensare che Palazzo Cernezzi oggi è rappresentato ai suoi massimi livelli social dalla pagina Rapinese Sindaco (con l’ultimo video pubblicato che è una summa di quanto detto finora) e dall’account RapiNews24. Ovvero – al netto della chiarezza sulla natura dei canali già insita nei due nomi – dirette fiume a un’unica voce, più simili a spot senza alcun contraltare che a forme di interazione con la città. Nulla di male se un sindaco usa i proprio canali, ovvio: diciamo però che se il resto del mondo avesse anche occasioni di confronto fuori dalla bolla personale del primo cittadino, e se l’amministrazione informasse anche tramite vie istituzionali su opere importanti come il lungolago, la completezza e la credibilità ne guadagnerebbero.
Si dirà: sì ma ci sono i dibattiti e le sedute in consiglio comunale per sentire cosa dice e cosa fa l’amministrazione sul fronte istituzionale in maniera polifonica, tramite sensibilità e modalità variegate. Sì, a livello teorico. Se non fosse che il sindaco Rapinese assomma da solo qualcosa come 11 deleghe (Sport, Sicurezza, Polizia Locale, Affari generali e istituzionali, Relazioni internazionali, Innovazione tecnologica, Ambiente, Verde, Parchi e Giardini, Finanziamenti pubblici, comunitari, Sponsorizzazioni) e salvo qualche intervento estremamente tecnico o qualche replica alle dichiarazioni preliminari concessi agli altri assessori più per necessità che per convinzione, non è un azzardo ipotizzare che Rapinese abbia parlato finora almeno per il 70-80% del tempo appannaggio dell’intero esecutivo. Inutile poi affrontare il tema dei consiglieri comunali della lista Rapinese Sindaco: assolutamente inesistenti sotto qualsiasi profilo in termini di comunicazione e dialettica, anche e anzi forse soprattutto politica, sia dentro che fuori il Comune. Pubblicamente sussunti integralmente dal verbo del primo cittadino.
Poi c’è l’aspetto della presenza con e su i media. Oramai divenute eccezionali le conferenze stampa dopo un primo avvio più denso, i passi dell’amministrazione sono affidati a una mail che più che qualche scadenza rituale non diffonde (e nemmeno tutte). Su delibere, decisioni, orientamenti, incontri, agenda, vertici, il nulla più assoluto. Caso di scuola, l’inaugurazione del primo tratto di lungolago: nemmeno una comunicazione ufficiale in merito (forse giusto qualche whatsapp agli amici). E poi ecco un palcoscenico finto-improvvisato con un solo protagonista e qualche smartphone amico invitato, per grazia ricevuta. Insomma, dire che il capoluogo nemmeno abbia un ufficio stampa sarebbe tecnicamente sbagliato, ma nel concreto non è affatto lontano dalla realtà (in assenza anche di un portavoce).
Per quanto riguarda i rapporti diretti con i media, qui si va a simpatie o antipatie. Che questa testata, con i suoi torti e le sue ragioni, sia in un rapporto conflittuale con il sindaco soprattutto dopo l’inaccettabile episodio del filmino al citofono – da allora, e anzi da prima ancora, nessun nostro cronista ha accesso al primo cittadino, con l’intera redazione bannata da ogni contatto o informazione diretta – è un fatto (al netto di almeno tre-quattro lodevoli eccezioni coincidenti con altrettanti assessori, decisi a tenere comunque civilmente aperti i rapporti minimi istituzionali con ComoZero). Per il resto del panorama, non si può certo dire che la stampa locale sia particolarmente agguerrita nei confronti di Alessandro Rapinese. Niente di scandaloso: ognuno segue la linea in cui crede e che preferisce. E’ però un dato di fatto che non dev’essere una vita particolarmente grama governare scegliendo di parlare soltanto con chi aggrada, ricambiando poi la generosa accoglienza altrui con una presenza quotidiana, continua, enormemente e incomparabilmente superiore rispetto a qualsiasi altro componente di giunta o maggioranza consiliare (figuriamoci rispetto alle voci delle opposizioni).
Insomma, questo è il quadro. Il soggetto pubblico per eccellenza, l’istituzione di tutti i comaschi, il Comune capoluogo, fusi in un unicum indistinto di propaganda e personalismo. E contemporaneamente, deprivati di una forma di comunicazione generale continua, super partes, trasparente e moderna. Tutto assorbito soltanto nella persona, negli strumenti, nella voce, nelle simpatie, negli umori, nei proclami, negli annunci e nelle invettive del sindaco-padrone. Uno scenario buono forse per l’Europa dell’Est del Dopoguerra, non per una città internazionale come Como e dei canoni minimi della comunicazione contemporanea. E no, non sarebbero nemmeno i risultati finali del mandato, buoni o cattivi che saranno, a determinare la giustezza o meno di questa ‘Modalità Minculpop On’. Quand’anche queste righe fossero state scritte nel parcheggio Ticosa aperto al pubblico, nel nuovo cinema Politeama in funzione, o sul lucido bordo vasca di Muggiò, un ente pubblico annientato nell’ego e nel verbo del suo pur valoroso proconsole resterebbe una ferita al buonsenso e alla trasparenza.