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La preside dell’appello per la Dad: “La scuola idilliaca in presenza con l’emergenza, illusione di chi a scuola non ci sta”

L’appello al governo di oltre 2mila dirigenti scolastici di tutta Italia per chiedere che almeno i primi 15 giorni di ripresa scolastica, dal 10 gennaio prossimo, partissero con la didattica a distanza e non in presenza per i rischi connessi alla pandemia ha innescato anche a Como e provincia un amplissimo dibattito che qui abbiamo riportato con molte voci. La richiesta, come noto, sembra destinata a rimanere solo sulla carta, poiché ancora ieri sera il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha ribadito che l’anno scolastico riprenderà in presenza.

Oggi, però, ospitiamo le ragioni alla base della lettera firmata dai dirigenti (anche comaschi): le ha pubblicamente espresse Laura Biancato, dirigente scolastico all’Itet Einaudi di Bassano del Grappa, e tra la promotrici originarie dell’appello.

Alleghiamo integralmente di seguito l’intervento.

La scuola idilliaca in presenza, in piena emergenza sanitaria, è solo nelle illusioni di chi a scuola non ci sta ogni mattina. La didattica a distanza da demonizzare più della pandemia, è invece una stortura tutta nazionale.

Stamattina vorrei spiegare meglio il senso di un appello nato spontaneamente da un gruppo di una quindicina di presidi affiatati, che lavorano insieme da anni (e di cui mi onoro di far parte), che ha raccolto in nemmeno 24 ore le firme di un terzo della categoria, indipendentemente dalle diverse appartenenze sindacali. Evento mai accaduto prima.

Questo appello propone lo slittamento di due settimane dell’inizio delle lezioni dopo le vacanze di Natale.

E’ stato demogogicamente trattato come un inno alla DAD, ma è chiaro fin dalle prime righe del testo (se si ha la compiacenza di leggerlo) che non è così.

Abbiamo cercato la sintesi estrema, e i punti toccati sono due:

1 – le assenze inevitabili per il Covid del personale (non prevedibili e in aumento), che non ci garantiscono la possibiltà di provvedere non dico alla formazione, ma anche solo alla vigilanza degli studenti;

2 – la favoletta della “scuola sicura”, chè la scuola sicura non può essere, in piena pandemia e con centinaia (se non migliaia) di studenti stipati in unici edifici, non sempre… perfetti in termini di spazi. Il distanziamento è solo sulla carta, qualunque soluzione si sia attivata. Il contagio sta estendendosi alle fasce più giovani della popolazione, e la scuola non è il luogo più sicuro.

Ora, a questi due punti si possono aggiungere svariati elementi di approfondimento, che purtroppo toccano tecnicismi organizzativi e amministrativi che gravano sui dirigenti scolastici e su tutto il personale della scuola tutto l’anno, tutti gli anni, figuriamoci in pandemia… E che non è facile spiegare, nemmeno per chi è dentro la scuola.

Ad esempio:

1 – che sostituire il personale, nella scuola, è impresa titanica, grazie a procedure amministrative imposte, che nel tempo sono diventate sempre più farraginose e lente, e che tutelano i supplenti piuttosto che i diritti degli studenti. Va detto senza mezzi termini che se abbiamo un docente o un ATA a casa ci vogliono giorni, quando va bene, per arrivare a sostituirlo. E chissà se la gente lo sa, che non potremmo nominare un sostituto nei primi quindici giorni di assenza… Si fermano i voli, i treni, si paralizza la sanità per le assenze da Covid del personale, ma pare che nella scuola questo sia un problema ininfluente;

2 – che il problema degli edifici, del riciclo d’aria, delle aule piccole, delle classi numerossisime per vincoli normativi assurdi non si può risolvere in pochi giorni, posto che ve ne sia finalmente la volontà legislativa. E la pandemia è qui ed ora, invece;

3 – che i protocolli che stanno uscendo in questi giorni portano procedure senza tener conto della loro (impossible) applicazione:

– screening e tamponi a migliaia di studenti? E quale sarebbe il personale competente a scuola per somministrarli ai minori?

– mascherine FFP2 obbligatorie per evitare la quarantena? E dove le andiamo a pescare, chè nel monitoraggio per ottenerle, pochi giorni fa, abbiamo dovuto dichiarare solo i rari casi di personale e studenti “fragili”, per averne in proporzione… ?

– tracciamento da parte delle ASL? Ma se le ASL erano al collasso già prima delle vacanze e non ci garantivano già allora interventi tempestivi, figuriamoci adesso…

– distinzione della quarantena tra vaccinati e non vaccinati? C’è un piccolissimo particolare: le scuole non sono autorizzate ad avere i dati di vaccinazione degli studenti. C’è chi, come la sottoscritta, ha sfiorato la gogna mediatica solo per aver proposto un questionario anonimo di rilevazione della percentuale di studenti vaccinati… Come decideremo chi sta a casa e chi no?

Potrei continuare, ma vado invece a toccare il famigerato attacco indiscriminato alla didattica a distanza.

Da lunedì avremo la maggior parte delle classi costrette a quella che è chiamata impropriamente “didattica mista”, cioè un po’ di studenti in classe e un po’ a casa. Partiamo dal principio che questa è in assoluto la peggiore e meno efficace forma di didattica.

Immaginatevela in una classe della primaria, con la maestra costretta a zompettare dal PC collegato ai bambini a casa, agli altri pargoletti che girano per la classe (anzi no devono stare seduti e distanziati…).

Ci siamo passati già, in questi due anni, sappiamo quale aggravio e quale tensione professionale provochi questo sistema di fare scuola, per produrre poi scarsi risultati.
Meglio questo, dunque, di una didattica a distanza ben organizzata? Non credo proprio.

Questo appello non è “in favore della didattica a distanza”, ma in favore della tutela della salute, prima di tutto, e di una didattica ben organizzata, possibilmente non interrotta.

Siamo in piena emergenza, e la scuola ha bisogno di decisioni concrete e coraggiose.

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