Dalle trattative sulle premialità di giugno al baratro a fine luglio: la filiale italiana del colosso tedesco degli utensili di precisione smantella i reparti produttivi per rimpatriare le attività in Germania. Sindacati sul piede di guerra: “Non si vince con il protezionismo, respingiamo i tagli”.
La svolta estiva e l’avvio della procedura
Una doccia gelata piombata sui lavoratori nel pieno dell’estate. Dopo aver superato senza scossoni alcuni periodi di cassa integrazione, la dirigenza della multinazionale tedesca Mapal ha annunciato la cessazione della produzione nello stabilimento di via Monza a Gessate, unico polo italiano del gruppo.
Il piano aziendale prevede l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo per 38 lavoratori su un totale di circa 85 dipendenti. Il progetto di smantellamento colpisce al cuore l’impianto:
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Cessazione totale dell’attività produttiva;
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Chiusura dei reparti di programmazione e riparazioni;
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Forte ridimensionamento di magazzini e logistica.
Nel capannone alle porte di Milano rimarrebbero esclusivamente le divisioni commerciali, gli uffici amministrativi e una quota residuale di logistica. La procedura ufficiale dura 75 giorni, fissando il termine ultimo al 16 novembre.
Le ragioni del taglio: un piano di riorganizzazione globale
Il marchio, noto per la produzione di utensili ad alta precisione impiegati nei settori automotive e aerospaziale, motiva le dismissioni con la necessità di un “programma di trasformazione dell’assetto globale”. Un piano d’emergenza che sta colpendo anche altri presidi europei del gruppo, con chiusure già deliberate in Regno Unito e Irlanda.
L’obiettivo strategico della casa madre è riassorbire la capacità produttiva nei propri siti centrali in Germania, scaricando sugli stabilimenti esteri il peso della contrazione del mercato automobilistico tedesco.
Proteste ai cancelli e posizioni dei sindacati
Subito dopo l’annuncio è scattato lo stato di agitazione promosso dalla Fiom Cgil di Milano, culminato nei primi scioperi con presidi ai cancelli dello stabilimento, dove è comparsa la scritta “Chi entra è complice”.
La linea sindacale punta all’immediato ritiro della procedura prima di qualsiasi confronto formale.
“Chiediamo prima di ogni altra cosa l’immediato ritiro dei licenziamenti: è impossibile sederci al tavolo con questa spada di Damocle sulla testa.”
— Nota congiunta delle rappresentanze sindacali
“Non chiudono perché il reparto non funziona o perché non siamo bravi. Chiudono solo per tenere in piedi, in un momento di forte crisi del settore automobilistico tedesco, la casa madre. Ed è qualche cosa che davvero non possiamo accettare.”
— Lorena Cattaneo, Rsu Fiom
“Assolutamente nulla lasciava presagire quanto sta accadendo. Di fatto Mapal sta chiudendo siti in Europa per riportare tutto in Germania, in una sorta di protezionismo, lasciando nel nostro Paese le macerie. In Italia le imprese sono libere di delocalizzare senza alcuna responsabilità sociale: servono investimenti in innovazione e diversificazione, non tagli.”
— Manuela Musolla, segretaria Fiom Cgil Milano
Le contromisure sul tavolo
Per salvare i posti di lavoro a rischio, la rappresentanza dei lavoratori propone un piano alternativo articolato su due direttrici principali Da un lato il mantenimento della produzione ad alta marginalità con riconversione e focalizzazzione del sito di Gessate sui comparti più redditizi e strategici, come l’aerospazio e il settore fluid & power (oleodinamica). Dall’altro, l’attivazione degli ammortizzatori sociali utilizzando gli strumenti di tutela del reddito per evitare soluzioni traumatiche e prendere tempo per il rilancio industriale dell’impianto.
La trattativa entra ora nel vivo con i primi confronti tra i rappresentanti della dirigenza e le organizzazioni sindacali, sotto la pressione del conto alla rovescia di novembre.
