Uno stanziamento di 120mila euro per la sostituzione delle tende oscuranti dell’Asilo Sant’Elia, di cui 97mila messi dal Comune di Como grazie ai ristorni dei frontalieri e i restanti 23mila dal FAI attraverso il progetto “I luoghi del Cuore 2025”.
Questa è la novità, dopo anni di silenzio, che riguarda capolavoro razionalista di Giuseppe Terragni, chiuso dal 2019, spiegata in ogni suo dettaglio nelle quasi trenta pagine del “Documento d’indirizzo alla progettazione” redatto dall’Ufficio Tecnico del Comune di Como, a firma dell’architetto Piera Pappalardo e del dirigente Luca Noseda, e approvato dalla giunta Rapinese che definisce vincoli, obiettivi e caratteristiche dell’intervento che dovrebbe avere avvio all’inizio del prossimo anno “per garantire la sua riapertura al pubblico e per garantire la giusta attenzione manutentiva che il fabbricato richiede”, come si legge nel documento (integrale in fondo all’articolo).
“Ogni cantiere di restauro è cantiere di conoscenza, e quindi lo studio ravvicinato di dettagli costruttivi e materiali proprie del cantiere dovrà essere affiancato da una altrettanta attenzione e studio approfondito di documentazione d’archivio e di confronti con dettagli costruttivi, anche di altri cantieri del Terragni o di altri cantieri in cui hanno lavorato medesime maestranze. Essenziale quindi il contributo della Soprintendenza, e degli istituti universitari e di ricerca, quali ad esempio il Politecnico di Milano, con i quali sono già stati avviati percorsi condivisi di studio e con gli archivi e i centri studi sull’architettura del Terragni e degli altri architetti coevi – prosegue poi -in questa direzione il sistema di oscuramento è uno dei temi di particolare interesse che si inserisce all’interno del sistema più ampio di conoscenza e di interventi sull’Asilo Sant’Elia che ad oggi non risulta sia mai stato oggetto di studi specifici e puntuali. Il progetto dovrà pertanto studiare, approfondire, sviluppare e definire gli interventi, con l’approccio metodologico sopra descritto”.
Da qui tutta una serie di requisiti tecnici da rispettare, dalla “compatibilità materica, formale e reversibile con il bene tutelato” alla sicurezza degli impianti e degli elementi motorizzati “in considerazione della vocazione dell’immobile a un’utenza infantile” fino alle valutazioni su allestimenti e arredi che dovranno essere a norma e certificati, ad esclusione di “eventuali elementi rilevanti sotto il profilo storico-artistico, per i quali verranno sviluppate specifiche valutazioni”.
Tutto bellissimo, agli occhi di chi non aspetta altro che festeggiare ogni minimo passo avanti verso la riapertura di questo luogo unico. Un po’ meno bello, invece, per chi quel luogo lo conosce, lo studia e si batte da sempre per la sua tutela come Attilio Terragni, architetto e pronipote di Giuseppe Terragni nonché presidente dell’Archivio Terragni.
Cosa non la convince di questo documento?
Per prima cosa bisognerebbe capire se l’Asilo Sant’Elia è considerato un capolavoro architettonico o un normale edificio.

Beh, la risposta dovrebbe essere scontata.
Appunto. Allora perché questo documento è stato redatto dall’Ufficio Tecnico del Comune che si occupa di altro e ignora come si interviene su monumenti di questa portata? E non lo dico con astio, lo dico perché è la verità. E’ un po’ come affidare il progetto di restauro di un quadro di Raffaello a un imbianchino. E poi c’è la questione dei costi.
Cioè?
Quando l’Asilo era ancora aperto, a conclusione di un’estate durante la quale l’avevamo avuto in gestione, avevamo chiesto alle maestre quale fosse l’intervento sull’edificio che reputavano prioritario. Ci avevano risposto che erano proprio le tende, così io e l’architetto Paolo Brambilla avevamo studiato la questione consultando i documenti presenti in Archivio e avevamo protocollato in Comune un progetto di sistemazione da 25mila euro. Ora, anche se ad anni di distanza, la cifra preventivata è di 120mila euro che però, come si legge, prevede voci come 11mila euro di rilievi o 15mila euro di verifiche strutturali che fanno capire come, concretamente, all’Asilo arrivi ben poco. E si tratta di soldi pubblici, che non vanno sprecati. Basti pensare a tutto quello che si potrebbe fare lì con quella cifra chiedendo il supporto di tutti quei professionisti di altissimo livello che sono disposti a dare una mano a titolo gratuito per l’Asilo.
Ci sono altri punti che la preoccupano?
Certo. Ad esempio quello in cui si parla del fatto che allestimenti e arredi debbano essere a norma. In caso contrario “dovranno essere sostituiti con elementi a norma e certificati”. Chi decide nel dettaglio queste sostituzioni? La ditta che ha in appalto i lavori? Ne ha le competenze?

Il documento riporta, però, che nel caso di elementi rilevanti sotto il profilo storico-artistico dovranno essere fatte valutazioni specifiche.
L’Asilo è un edificio vincolato sul quale si sta intervenendo senza sapere quale sarà la sua funzione futura. Quindi di che normativa stiamo parlando esattamente? Per farlo diventare cosa? Tutti i capolavori non sono a norma, anche il semplice meccanismo delle tende progettato da Giuseppe Terragni probabilmente non lo sarà. Lo buttiamo?
Quale sarebbe stato, a suo parere, l’approccio corretto per redigere questo documento?
Un lavoro di gruppo preliminare coinvolgendo chi studia l’Asilo da anni e ha le competenze per dire cosa va fatto e come. E non la possibilità, solo in corso d’opera, di studiare materiali e documenti d’archivio anche con l’appoggio di altri enti, come riporta il progetto. Tornando all’esempio del quadro di Raffaello, non è che me lo restauro da solo nel salotto di casa. Serve un lavoro preliminare d’equipe svolto da professionisti. Invece leggo ancora citato il Politecnico di Milano mentre, in realtà, lo studio fatto sull’Asilo altro non era che il lavoro conclusivo degli studenti del terzo anno di Architettura, poco più che ragazzini, ai quali io stesso ero stato chiamato a tenere una lezione per spiegare cos’era questo edificio.
Cosa intende fare ora?
Domani (oggi, Ndr, l’inervista è stata realizzata ieri sera) mi rivolgerò alla Soprintendenza e al Ministero per capire meglio la questione che, a mio parere, non è solo culturale, ma probabilmente anche legale perché si sta intervenendo in maniera sostanziale su un edificio vincolato senza un progetto complessivo e senza l’idea di quale sarà la sua funzione futura. Mi viene addirittura il dubbio che il sindaco Rapinese non conosca i dettagli e pensi che sia sufficiente che se ne occupi l’Ufficio Tecnico del Comune. Se un documento del genere dovesse davvero diventare concreto, creerebbe un precedente pericoloso per la gestione di tutti i monumenti cittadini che, a questo punto, sarebbe meglio togliere dalle disponibilità del Comune. Poi ci si domanda davvero perché la Guardia di Finanza non rinuncia alla Casa del Fascio…