Il tema delle indennità di disoccupazione per i frontalieri torna a infiammare il dibattito politico. Quello che quasi dieci anni fa era un allarme lanciato dalla Lega dei Ticinesi riguardo ai rischi di un cambio di regime a favore dell’Unione Europea, sta diventando una realtà normativa con pesanti ricadute sulle casse della Confederazione.
Il nuovo accordo UE: il Paese di lavoro pagherà i sussidi
Attualmente, la disoccupazione dei lavoratori frontalieri è a carico del Paese di residenza, il quale riceve un contributo parziale dallo Stato in cui il lavoratore prestava servizio. Tuttavia, il 22 aprile scorso si è raggiunta un’intesa: in futuro, l’onere finanziario della disoccupazione ricadrà interamente sul Paese di lavoro.
Per la Svizzera, e in particolare per il Cantone Ticino, questa decisione rappresenta una sfida strutturale ed economica senza precedenti. La tabella di marcia prevede l’approvazione del Parlamento europeo nell’estate del 2026, la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’UE entro fine anno e la successiva discussione nel comitato misto Svizzera-UE.
Le stime della SECO: un impatto fino a 900 milioni di franchi
La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha delineato uno scenario preoccupante. Il nuovo regime potrebbe costare all’Assicurazione contro la disoccupazione elvetica una cifra compresa tra i 600 e i 900 milioni di franchi all’anno.
Frontalieri e “Assalto” al mercato del lavoro: i rischi per il Ticino
Secondo le critiche sollevate, il nuovo sistema renderebbe il mercato svizzero ancora più attrattivo per la manodopera d’oltreconfine. Ecco i punti nevralgici della polemica:
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Disparità di trattamento: I frontalieri disoccupati percepirebbero indennità svizzere (fino a 24 mesi) vivendo in contesti dove il costo della vita è sensibilmente inferiore, creando una forma di discriminazione per i residenti.
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Requisiti minimi: Per accedere al sistema svizzero basterebbero 22 settimane di lavoro. Si teme l’esplosione di contratti brevi finalizzati esclusivamente all’ottenimento delle prestazioni sociali elvetiche.
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Difficoltà di controllo: Le autorità svizzere avrebbero margini minimi per verificare se il beneficiario dell’indennità stia percependo contemporaneamente redditi da lavoro nero nel Paese di residenza.
Chi pagherà il conto? Lavoratori svizzeri e prelievi salariali
L’impatto finanziario non colpirebbe solo lo Stato, ma i portafogli di tutti i dipendenti in Svizzera. Per compensare l’aumento delle spese dell’AD — che passerebbero da 6,6 a 7,5 miliardi annui — i contributi salariali potrebbero subire un incremento di 0,4 punti percentuali. Questa l’accusa più pesante mossa dalla Lega dei Ticinesi su Il Mattino della Domenica.
In questo scenario, i lavoratori residenti si troverebbero a finanziare la disoccupazione dei frontalieri tramite maggiori trattenute in busta paga e, contemporaneamente, a sovvenzionare il potenziamento logistico degli URC tramite le imposte.