Newslab
Attualità

Fiamme sul Monte Goi, il Circolo Ambiente: “Da collegare alla fragilità del nostro territorio”. Patelli: “Serve un piano del verde”

Da ieri pomeriggio – 13 agosto – il monte Goi sta bruciando sopra la città di Como. Si tratta del secondo grave incendio che ha colpito il territorio delle Prealpi tra Como e Lecco, dopo il devastante rogo che dalla scorsa settimana sta interessando il monte Moregallo, nella zona di Valmadrera.

Sulla situazione interviene il Circolo Ambiente Ilaria Alpi:

Il nostro ringraziamento va ai Vigili del Fuoco, a tutto il personale e ai volontari impegnati nel difficile lavoro di spegnimento delle fiamme. Le cause di questi incendi – sovente dolose o colpose – dovranno essere indagate dalle Forze dell’Ordine e dall’Autorità Giudiziaria.  Si tratta però – di certo – di eventi da connettere alla fragilità del nostro territorio, fragilità resa ancora più grave dalla crisi climatica, che sta presentando il conto.

Come Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” siamo molto preoccupati di questa situazione, che nei prossimi anni e decenni è destinata purtroppo a peggiorare: periodi di siccità sempre più prolungati, uniti alle elevate temperature, creano le condizioni ‘ottimali’ per il propagarsi degli incendi boschivi: comportamenti colposi (falò incontrollati) o, peggio, dolosi (piromani), possono causare l’innesco di vasti incendi, con pesanti ripercussioni su ambiente e salute pubblica.
Come stiamo vedendo nei recenti episodi, le conseguenze dei roghi sono gravi, con famiglie evacuate (come nel caso del monte Goi) e danni alla biodiversità vegetale e animale: centinaia di ettari di boschi andati in fumo e animali selvatici morti o costretti a spostarsi dai loro territori. Per non parlare dell’inquinamento atmosferico, con la dispersione di polveri sottili e non, che non fanno che peggiorare la qualità dell’aria, già fortemente compromessa, come attestano gli elevati livelli di ozono, giunti quest’estate – anche nei nostri territori pedemontani – a superare i livelli di guardia per la salute pubblica.

In uno scenario simile la politica e le Istituzioni non devono limitarsi alla doverosa gestione delle emergenze, ma devono, in aggiunta, fare più prevenzione e soprattutto pianificare una diversa politica di governo dei territori, con la massima attenzione alla tutela degli ambiti naturali – sia della montagna che della pianura – e al necessario adattamento alla crisi climatica. 

Sulla situazione anche Elisabetta  Patelli, storica rappresenta dei verdi.
Ecco la sua riflessione:

Un sentito ringraziamento al centinaio di vigili del fuoco e soccorritori della protezione civile che a rischio delle proprie vite hanno messo per tutta la notte in sicurezza la popolazione. 

Ma l’incendio che interessa il territorio comasco deve imporci una riflessione molto più ampia dell’emergenza del momento. A Como continuiamo a comportarci come se il verde  extraurbano fosse una risorsa inesauribile, quasi uno sfondo naturale garantito per sempre dal lago e dalle nostre colline, che compensa la poverta’ arborea della città..

I numeri rendono questa situazione ancora più evidente: Como ha appena 11 alberi ogni 100 abitanti, contro una media nazionale di 24, ed è ultima tra i capoluoghi lombardi per presenza di alberi su suolo pubblico. Un dato particolarmente significativo per una città che continua spesso a percepirsi come naturalmente “verde” soltanto perché circondata da montagne e boschi.

Così si tagliano esemplari adulti sostituendoli, quando capita, con arbusti che per decenni non potranno garantire la stessa ombra, la stessa capacità di raffrescamento, di assorbimento delle acque, di cattura degli inquinanti e di sostegno alla biodiversità.

E poi ci sono le colline, l’altro grande patrimonio dato appunto per scontato. Sentieri che per decenni hanno costituito una rete preziosa di percorrenza, manutenzione e presidio del territorio sono oggi in molti punti abbandonati, invasi dalla vegetazione e trasformati in boscaglie difficilmente attraversabili, con accumuli di sterpaglie e materiale secco.

Non si tratta di eliminare indiscriminatamente il sottobosco, che svolge importanti funzioni ecologiche, ma di tornare a gestire il territorio: mantenere accessibili i sentieri, controllare gli accumuli di vegetazione secca e intervenire nelle aree più esposte al rischio, soprattutto in prossimità delle abitazioni. Le colline devono essere considerate parte integrante dell’infrastruttura verde della città e gestite con una strategia coordinata con Parco e privati, soprattutto di fronte alla crisi climatica.

Perché abbandonare un bosco non significa necessariamente proteggerlo. Il riscaldamento globale non sta avanzando lentamente e in maniera lineare, bensì in maniera esponenziale . I suoi effetti si stanno manifestando in modo sempre più rapido, violento e ravvicinato: precipitazioni estreme che provocano allagamenti, frane e dissesti; lunghi periodi senza pioggia; temperature persistentemente elevatissime; suoli disidratati; vegetazione sotto stress; rischi crescenti per la salute delle persone.

Qualunque sia la causa specifica dell’incendio di queste ore, è evidente che settimane di caldo estremo, scarsità d’acqua e vegetazione secca aumentano enormemente la vulnerabilità del territorio e la capacità del fuoco di propagarsi.

È questo il clima nel quale dobbiamo ormai amministrare Como e il territorio.

E invece la città appare ancora impreparata. Alberi considerati sacrificabili, nuove piantumazioni insufficienti, suolo impermeabilizzato, verde trattato come elemento ornamentale, manutenzione frammentaria, colline poco presidiate e soprattutto assenza di un vero Piano strategico del verde inteso come infrastruttura urbana e territoriale. 

Non possiamo ricordarci degli alberi quando fanno ombra a quaranta gradi, dei boschi quando bruciano, dei torrenti quando esondano e dei versanti quando franano.

Governare significa prevenire.

Significa tutelare gli alberi maturi e aumentarne realmente il numero, deimpermeabilizzare i suoli, creare ombra nelle piazze e lungo le strade, gestire l’acqua, mantenere accessibili i sentieri, presidiare le colline e programmare la gestione delle aree boschive.

Serve finalmente un Piano strategico del verde e della resilienza climatica.

I tempi per minimizzare sono finiti

© RIPRODUZIONE RISERVATA