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Punti di vista

“A Como la sinistra vale almeno il 15%, non sia subalterna al Pd. E non accompagni la città per ricchi”

I contributi sulla politica locale del professore Luca Michelini, professore di Storia del pensiero economico all’Università di Pisa, ma diretto protagonista e profondo conoscitore dello scenario comasco, sono (fortunatamente) sempre forieri di spunti e dibattiti. Il seguente non fa eccezione, toccando un tema che – per così dire – affonda gli artigli intellettuali e analitici nel cuore del centrosinistra comasco. Pubblichiamo dunque l’intervento in forma integrale (per interventi, opinioni e repliche scrivere a redazionecomozero@gmail.com).

Subalternità culturale a Como
di Luca Michelini

Stando ai dati disponibili, o meglio al sentimento politico rilevato dalle poche ricerche elettorali esistenti, a Como le forze alla sinistra del Partito Democratico sono oggi particolarmente forti. Il Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, i Verdi, Civitas e altre formazioni minori, comprese quelle comuniste, potrebbero raccogliere complessivamente almeno il 15 per cento dei voti espressi. A questo dato si aggiunge il vasto mondo dell’astensione, che una proposta politica con una chiara identità di sinistra potrebbe almeno in parte riportare al voto. Le recenti mobilitazioni referendarie hanno mostrato l’esistenza di questo spazio politico.

È però necessario capire da dove nasce questo consenso potenziale.

E’ bene essere consapevoli che non è il risultato dell’attività politica svolta in città. Non deriva dalle capacità organizzative di queste forze, che sono deboli o quasi inesistenti. Le strutture attuali si basano soprattutto su rapporti personali costruiti nel tempo. Inoltre, i partiti nazionali alla sinistra del PD investono poco o nulla (letteralmente) nei territori, persino durante le campagne elettorali.

Questo consenso non nasce neppure da programmi elaborati specificamente per Como. Queste forze possono avere idee e proposte sulla città, ma non sono riuscite a trasformarle nel centro della propria iniziativa politica. Non padroneggiano a sufficienza i principali dossier cittadini, non dispongono di un gruppo organizzato di persone preparate a seguirli con continuità e non hanno costruito nel tempo leadership capaci di raccogliere e rappresentare domande sociali precise e diffuse.

Il loro possibile successo elettorale deriva quindi soprattutto da opinioni e orientamenti maturati attorno a questioni nazionali e internazionali. Una parte importante della gioventù comasca, per esempio, si è mobilitata per la Palestina. Anche i referendum hanno contribuito a rafforzare questo spazio politico, portando al centro del dibattito il “lavoro povero”, i diritti dei lavoratori e l’equilibrio tra i poteri dello Stato. A ciò si aggiunge la questione antifascista. Il principale partito di governo conserva e rivendica una precisa tradizione politica. Questa identità, tuttavia, non si traduce in una politica economica, sociale e internazionale realmente sovranista. Si manifesta soprattutto attraverso misure securitarie e spinte autoritarie, senza affrontare le cause profonde dei problemi dichiarati. Non viene infatti messo in discussione il potere delle forze economiche e sociali che sostengono il neoliberismo.

Le forze comasche alla sinistra del PD godono dunque di una rendita di posizione. Raccolgono il consenso di chi considera il Partito Democratico troppo ambiguo o timido sui temi che ho elencato, senza però avere ancora costruito una proposta politica cittadina autonoma e riconoscibile.

La conseguenza logica dovrebbe essere un coordinamento tra queste forze, da costruire prima e indipendentemente dal cosiddetto “campo largo”. Un’area politica che può valere il 15 per cento dei voti è decisiva per raggiungere il ballottaggio. Se però il confronto comincia subito all’interno di un tavolo guidato dal PD, il Partito Democratico diventa inevitabilmente il centro e il dominus della coalizione. A Como questa scelta appare poco comprensibile. Il PD non ha una forza tale da poter decidere da solo la strategia del centrosinistra. Al contrario, ha bisogno sia delle liste civiche sia dei partiti collocati alla sua sinistra.

L’agenda della sinistra comasca, del resto, non sarebbe difficile da definire. Il primo punto riguarda il metodo democratico. Le primarie restano uno strumento valido per scegliere la candidatura a sindaco. Se non si vogliono utilizzare, occorre individuare un altro metodo trasparente e condiviso. È ormai evidente che a Como il confronto sarà anche tra candidature politiche e candidature civiche. La lista civica di Barbara Minghetti difficilmente accetterà di cedere il passo a una candidatura espressione degli apparati di partito. Una candidatura di questo tipo, considerati gli attuali equilibri cittadini e nazionali, avrebbe peraltro possibilità limitate di affermarsi.

Il secondo punto riguarda la costruzione di una chiara “identità sociale”. La sinistra dovrebbe elaborare un programma autonomo, concreto e dettagliato, indicando anche le misure da realizzare nei primi cento giorni di amministrazione. Questo progetto dovrebbe essere presentato e discusso accanto a quello del PD, non assorbito preventivamente al suo interno. Vado oltre: anche in polemica col PD, che invece vorrà in tutti i modi smorzare la dialettica politica. Le alleanze migliori sono patti di governo, non diluizione e perdita di identità e melasse indistinte dove a prevalere sono gli interessi dei più forti. I tempi che ci attendono saranno molto difficili e lo sguardo deve essere di lungo periodo.

Senza una proposta autonoma della sinistra, il futuro centrosinistra comasco rischia di limitarsi ad accompagnare la costruzione di una “città per i ricchi”. Diverse forze economiche e sociali che gravitano attorno a Como hanno ormai fatto proprio questo modello e, allo stato attuale, sembrano disporre della forza necessaria per imporlo. E non è certo il PD il partito che vi si opporrà.

La funzione di una sinistra autonoma dovrebbe essere questa: contrastare tale processo e proporre un’idea alternativa di città, fondata sul diritto all’abitare, sul lavoro, sui servizi pubblici e sull’accessibilità degli spazi urbani. Un modello alternativo che, realisticamente, può affiancarsi a quello attualmente e prevedibilmente egemone.

 

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