Ha ovviamente suscitato commenti e reazioni il discorso dell’assessore alla Protezione Civile, Michele Cappelletti, all’indomani del tragico annegamento nel lago della bambina di 9 anni davanti al Tempio Voltiano (zona, va ricordato, dove immergersi e fare il bagno è vietato). Di seguito, pubblichiamo la lettera ricevuta da Amanda Cooney.
Gentile Assessore Cappelletti,
dopo un breve momento in consiglio comunale dove Lei ha espresso il suo cordoglio per la tragica morte della piccola Arwa, Lei ha dedicato una lunga riflessione sull’importanza di rispettare i divieti e dice, giustamente, che “dietro ogni divieto non c’è un capriccio ma la volontà di proteggere una vita”. Il problema è che il divieto in sé, da solo, non sta funzionando. Bisogna implementare una politica che è più efficace nel salvaguardare la vita degli essere umani, soprattutto dei più piccoli e sicuramente Lei sarà d’accordo.
Esiste, come senz’altro Lei sa già, un bias cognitivo che si chiama ‘prova sociale’ o ‘l’effetto gregge’ che porta la gente a pensare “se lo stanno facendo in tanti, vorrà dire che è ok e sicuro”. Quindi se vedi 20 persone che si tuffano dove c’è scritto “Divieto di balneazione”, il cervello abbassa automaticamente la percezione del rischio, anche se il pericolo reale è lo stesso.
Un’altro bias cognitivo (che senz’altro, Lei conosce già, soprattutto per via del suo ruolo come Assessore alla Protezione Civile) è la ‘Normalizzazione della devianza’, un termine che viene proprio dal (suo) campo della sicurezza e riferisce al fatto che quando una regola viene infranta tante volte senza conseguenze immediate, le persone smettano di vederla come una regola. Il cartello smette di pesare perché “tanto non succede mai niente”.
Aggiungiamo a questi due bias, un altro bias significativo che è il bias della ‘Diffusione di responsabilità’. Quando siamo in un gruppo, ci sentiamo meno responsabili. Entra in testa la convinzione “Se fosse davvero pericoloso qualcuno ci fermerebbe” oppure “tanto la colpa non sarà solo mia”. Nel campo dei rischi (che Lei conosce senz’altro bene, essendo del campo) si chiama anche euristica della sicurezza nel numero. Associamo automaticamente la folla alla sicurezza, anche quando la folla sta facendo qualcosa di rischioso o illegale.
Per questo motivo i cartelli di divieto da soli spesso non bastano. È il comportamento del gruppo che pesa più della regola scritta.
Che fare per cambiare questa situazione e prevenire future tragedie?
Bisogna “rompere” l’effetto gregge. Ecco qualche strategie già provate in altri comuni per far tornare il rischio visibile:
1. Rendere visibile la conseguenza con dei cartelli con foto reali e scritti tipo “Negli ultimi 3 anni 2 persone sono morte qui per le correnti”. Una storia batte 20 persone che nuotano.
2. Una presenza fisica come una guardia o anche un divieto con una multa scritta in grande. Se la gente vede che qualcuno fa rispettare la regola o che ci sono delle conseguenze per il non rispetto della regola, il concetto “tanto non succede niente” crolla.
3. Spezzare il gruppo creando le barriere fisiche come le catene o le recinzioni perché è fisicamente più difficile unirsi al gruppo se bisogna scavalcare qualcosa. Si potrebbero usare messaggi mirati anche, parlando al singolo mettendo “Tu sei a rischio / I tuoi bambini sono al rischio” invece di “Vietato nuotare” perché parlare al singolo riduce la diffusione della responsabilità.
Il punto è, non basta dire “è vietato” e un autoritario “Rispettate le nostre regole” per salvaguardare la vita delle persone. Bisogna piuttosto attaccare il motivo per cui il cervello dice “ma se lo fanno tutti…”
Come già scritto, sono convinta che Lei, essendo l’Assessore alla Protezione Civile sa già tutte le cose elencate qui sopra – i bias cognitivi e le strategie per combattere questa strage di vite umane. E sono convinta che Lei vuole fare tutto il possibile per salvaguardare la vita dei visitatori che vengono a Como e non percepiscono in fondo il pericolo a cui vanno incontro ogni volta che entrano nell’acqua o lasciano entrare in acqua I loro figli. Ma per farlo, bisogna veramente andare oltre il messaggio “Ubbidite”.
Ad Arwa e la sua famiglia, un abbraccio forte.
