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Elezioni 2027 a Como: “Il centrosinistra, il Papa straniero e quella ricerca del Salvatore. Ma prima…”

Comunque la si veda e ovunque ci si collochi politicamente la vivacità dialettica, di pensiero e di confronto è sempre un bene. Oggi siamo a quattro anni esatti dal voto (primo turno) per il rinnovo di sindaco e consiglio comunale a Como e a un anno dalle prossime elezioni; così il dibattito è cominciato a gemmare su queste pagine. Con ordine, dapprima l’intervento del professor Luca Michelini:

Elezioni a Como, il professore e la proposta politica dell’anno: “Don Giusto leader del fronte progressista”.

Poi la replica del M5S con la coordinatrice provinciale Silvia Alberici:

Il venticello elettorale soffia su Como, replica al prof: “Il deserto identitario non è certo nel Movimento 5 Stelle” 

Dopo questi due interventi che abbiamo volentieri ospitato eccone dunque un altro che altrettanto con piacere pubblichiamo. E’ di Giuseppe Doria, presidente del Circolo Willy Brandt, profondissimo conoscitore delle dinamiche politiche e sociali della città. Ci scrive:

Como, il centrosinistra e la tentazione del Papa straniero

Il dibattito aperto dagli interventi di Luca Michelini e dalla replica del Movimento 5 Stelle ha il merito di riportare al centro una questione che il recente sondaggio dell’Istituto Piepoli (commissionato da Etv, lo trovate qui, Ndr) ha reso ancora più evidente: il problema della rappresentanza politica a Como.

I dati di quell’indagine raccontano una realtà che merita attenzione. Una parte significativa dei cittadini esprime insoddisfazione per l’attuale amministrazione e manifesta una chiara domanda di cambiamento. Allo stesso tempo, però, questa domanda non sembra ancora trovare una traduzione politica credibile e riconoscibile.

È da qui che occorre partire. La proposta di individuare in don Giusto Della Valle una possibile figura di riferimento per un fronte progressista nasce da una constatazione che molti condividono: la difficoltà delle forze politiche tradizionali di esprimere leadership autorevoli e radicate nella città. Si tratta di una provocazione intellettuale legittima e, per certi aspetti, utile. Tuttavia, il rischio è quello di cercare una soluzione esterna a un problema che è innanzitutto interno.

Nella storia della Chiesa, quando i cardinali non riuscivano a trovare una sintesi, talvolta si ricorreva a un “papa straniero”. Ma la politica democratica non può funzionare allo stesso modo. Se oggi una parte del campo progressista fatica a esprimere una leadership credibile, la risposta non può essere semplicemente la ricerca di una personalità esterna, per quanto autorevole, stimata e generosa. Prima ancora della ricerca di un candidato, occorre interrogarsi sulle ragioni che hanno prodotto questa situazione.

Giuseppe Doria

Forse è arrivato il momento di una riflessione più profonda e più umile all’interno delle principali forze del cosiddetto campo largo. Per troppo tempo la selezione dei gruppi dirigenti è avvenuta privilegiando la fedeltà rispetto all’autonomia di giudizio, l’appartenenza rispetto al merito, la cooptazione rispetto alla costruzione di un consenso reale nella società. Un fenomeno che non riguarda una singola organizzazione, ma che ha attraversato gran parte della politica italiana negli ultimi decenni.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: organizzazioni spesso chiuse, gruppi dirigenti autoreferenziali, difficoltà a valorizzare competenze, esperienze civiche e nuove energie. In molti casi si sono create vere e proprie élite interne che finiscono per dialogare soprattutto con se stesse, perdendo progressivamente il contatto con la società che dovrebbero rappresentare.

Per questo il tema non è soltanto chi guiderà il centrosinistra o il campo progressista alle prossime elezioni comunali. Il tema è come ricostruire un rapporto di fiducia tra politica e cittadini. La domanda di cambiamento esiste. Lo dice il sondaggio. Lo si percepisce nelle discussioni pubbliche e nella crescente distanza tra cittadini e istituzioni. Ma nessuna personalità, per quanto prestigiosa, può sostituire il lavoro di ricostruzione politica e culturale che spetta alle organizzazioni democratiche.

Prima del candidato viene il progetto. Prima del leader viene la comunità politica che lo esprime. Prima della ricerca di un “salvatore” viene la capacità di fare autocritica, di aprirsi alla società e di tornare ad ascoltare. Solo così la domanda di cambiamento che emerge dalla città potrà trasformarsi in una proposta credibile per il futuro di Como. Io aspetto con fiducia che qualcosa si muova…

Giuseppe Doria
Presidente Circolo Willy Brandt Como

Per approfondire:

No, il sondaggio non ha detto su Rapinese quello che pensano tutti (e in tv non ci può andare chiunque)

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