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La politica comasca e il vuoto siderale di idee. Una domanda: cosa avreste fatto senza Lui?

Ci volevano il sondaggio di Espansione TV e l’irriverenza di Emanuele Caso per trovare il coraggio di raccontare la scena politica comasca per quello che è veramente, ossia un vuoto siderale di idee e di attori che da anni non fanno altro che “perpetuare se stessi e le proprie storie politiche”; una classe politica che a furia di arrendersi alla tentazione di parlare con le stesse parole sempre e soltanto al proprio target di riferimento, ha finito per infilare la più stupefacente delle convergenze parallele, ossia la critica congiunta, stizzita e offesa ai modi del sindaco Alessandro Rapinese.

E se la sera del sondaggio la pochezza di spirito di questo grand rassemblement alla lariana poteva trovare giustificazione nel fatto di essere stati invitati ognuno per proprio conto ma tutti nello stesso studio a ragionare sui dati offerti dall’Istituto Piepoli, nemmeno una settimana prima era stata scattata una foto che dice moltissimo di questa sconclusionata macchina da guerra.

Giardini a lago, domenica 24 maggio 2026. L’intero arco costituzionale di opposizione – tutti tranne Svolta Civica – plasticamente schierato da sinistra a destra, si dà appuntamento per lamentarsi unito contro l’ennesima manipolazione della realtà offerta dalla giunta Rapinese, che nel pomeriggio avrebbe inaugurato una parte dei giardini su cui non era stato compiuto alcun intervento di una certa rilevanza.

Una manifestazione che si trasforma in un boomerang di immagine che ti torna indietro per colpirti in faccia fino a rovinare quel minimo di identità che, nascosta chissà dove, da qualche parte ti era forse rimasta. Gli occhiali da sole a difendersi un po’ dalla luce in faccia e un po’ a nascondere l’incertezza (o la furbizia?) dello sguardo, le pacche sulle spalle per stringersi in ranghi ancora più serrati contro il grande dittatore, le scarpe da ginnastica per tornare di lì a poco in passeggiata. E poi la borsa a tracolla per recuperare le ultime cose al super insieme alle mani giunte dietro la schiena come solo gli anziani quando monitorano curiosi lo stato di avanzamento dei cantieri.

Inaugurazione della parziale riapertura dei giardini a lago con spettacolo per i bambini

Tutta la classe politica comasca vecchia e nuova – quella di cui già scrivemmo in passato quando parlammo della percentuale record di astensionismo alle elezioni 2022 – aveva deciso che il modo più giusto ed efficace per criticare la giunta Rapinese fosse quello di presentarsi così: allineata, compatta, indistinta, unita.

Come se l’evento-Rapinese non la riguardasse; come se astensionismo e trionfo di un civico che si è rivelato per quello che già si capiva che fosse, non costituissero due elementi interdipendenti, messi lì a dimostrare l’inconsistenza della propria azione politica da una parte e dall’altra il bisogno disperato di trovare risposte espressione di una cittadinanza offesa, disincantata, delusa. Già, perché l’evento-Rapinese non è stato – come a volte torna comodo raccontare nel tentativo di riabilitare la propria storia – un annebbiamento collettivo della ragione; no, Rapinese è stato il sottoprodotto di una classe politica che non è riuscita a farsi ricordare per aver fatto niente di rivoluzionario, ma che non ha brillato nemmeno nell’arte bottegaia di saper vendere l’ordinario come una rivoluzione.

E in questa “Notte in cui tutte le vacche sono nere”, basta poco a capire come il ripiegare in questo magma indistinto faccia più il gioco del centrodestra – che la città l’ha governata praticamente sempre e ha quindi tantissimo da farsi perdonare – che quello del campo progressista, che di occasioni di governo ne ha avuta una soltanto, consumata in una congiuntura economico-politica strozzata dai vincoli imposti dall’allora Patto di stabilità. Perché allora non smarcarsi provando a definirsi per differenza? Perché non indirizzare ogni sforzo alla definizione coraggiosa di una città alternativa?

Perché non investire gli anni di transizione tra un’elezione e l’altra perdendosi tra la gente nel tentativo di farsi interpreti dei loro bisogni? Perché accontentarsi di ripiegare sul mantra da oratorio del richiamo al dialogo e del confronto? La vittoria non solo di Rapinese ma di tanta politica nazionale e internazionale insegna che dalla classe dirigente la gente si aspetta soluzioni, cambiamento, azione. In una parola, chiede una “visione”.

Dialogo e Confronto sono inclinazioni del carattere, forme di buona educazione che non dovrebbero mancare a nessuno, ma che non costituiscono un programma politico, che per definizione deve riempire di risposte possibili un disagio reale o presunto. E’ così che a guardarli bene, schierati come turisti in gita e richiamati dalla guida a una foto di gruppo appena scesi dal pullman davanti al lago più bello del mondo, verrebbe voglia di sbirciare sotto gli occhiali da sole così da decifrarne lo sguardo.

Scorgere il sorriso beffardo dell’arrivista, l’aplomb navigato del presenzialista, la tenerezza dell’ingenua, la profondità incantata del sognatore, quello che ha capito che sarebbe stato molto meglio se fosse rimasto a casa, quello che invece si frega le mani perché alla fine è riuscito a portarli lì tutti e senza fare nemmeno troppa fatica. E a ognuno consegneresti un compitino per la sera. Un bigliettino con su scritta la stessa domanda sulla quale ragionare in silenzio una volta riconquistati i propri posti, prima di tornare in albergo a lasciare le valigie: “Ma come avreste fatto, cosa avreste detto, di cosa vi sareste occupati, se non ci fosse stato lui?”.

 

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