Sala strapiena in Biblioteca per l’incontro organizzato dal Comitato Civico per la tutela della zona Stadio di Como dedicato al “Sinigaglia che vogliamo. La zona dello stadio di Como e le ragioni per la sua tutela”. Ospiti sul palco, moderati dall’avvocato e presidente del Comitato Mirella Quattrone, l’architetto Michele Pierpaoli, già presidente dell’Ordine degli Architetti di Como, Simone Molteni, presidente dell’Istituto Comprensivo Como Borgovico di cui fa parte la scuola Corridoni (per la quale l’amministrazione Rapinese ha deciso la chiusura proponendone la trasformazione in autosilo) l’architetto Elisabetta Patelli, storica leader dei Verdi comaschi ed esponente di Europa Verde, e l’avvocato Veronica Dini, che ha supportato il Comitato nella presentazione del ricorso al Tar presentato lo scorso febbraio, le cui ragioni sono state spiegate proprio in questa serata.

“L’obiettivo dell’incontro è informare più persone possibile sulla situazione dello stadio, perché ci siamo resi conto che molti non sono informati sul progetto, e per ribadire per l’ennesima volta che non siamo contrari al fatto che sia ristrutturato e fatto più bello – sono state le parole introduttive dell’avvocato Quattrone prima di ricordare la cronistoria dei tentativi, tutti falliti, fatti dal Comitato per essere coinvolto nella Conferenza Preliminare dei Servizi e per poterne visionare i documenti (qui la cronaca di questi mesi) – quello a cui siamo contrari è l’ecomostro attualmente in discussione, che non è né dei cittadini né dei tifosi, mentre vorremmo uno stadio bello e utile anche ai comaschi. E siamo contenti della presenza dei tifosi del Como, perché quello che auspichiamo è un dialogo costruttivo nell’interesse di tutti”.

Una posizione ribadita anche dall’architetto Pierpaoli che ha detto: “Non stiamo discutendo un progetto qualsiasi o solo uno stadio, ma la trasformazione urbana di uno dei luoghi più pregiati, delicati e identitari della città e la domanda da porsi non è se il progetto sia bello o brutto, ma se migliora davvero la città oppure no. Per questo è importante dire che non si è contro lo stadio e la sua ristrutturazione tecnica, ma il punto è come viene realizzato e cosa porta con sé, perché può essere un valore, ma anche un elemento di pressione e squilibrio. E ora stiamo davvero decidendo come sarà la Como dei prossimi anni”.

Poi, attraverso il racconto della storia di quello che nei documenti del Ministero che, negli anni Ottanta, ha posto il vincolo su questa zona è stato definito “una collezione razionalista all’aperto”, Pierpaoli ha raccontato la genesi non solo dello stadio, ma dell’intero quartiere arrivando a oggi, con la proposta del nuovo complesso dello stadio fatta dal Calcio Como: “Il progetto viene presentato come riqualificazione dello stadio per aumentarne la capienza, però alla fine quello che ne esce è una struttura polifunzionale con 19 mila metri quadri di nuove funzioni alberghiere, commerciali e di ristorazione a fronte di pochi posti in più per i tifosi. Una cifra impressionante se si pensa che il campo di calcio misura 8500 metri quadri e il vicino supermercato Carrefour 1000, senza considerare che circa 3mila metri quadri di giardini a lago sono stati inseriti nell’area dello stadio per creare un’area di sosta per i pullman, con un possibile depauperamento del bene pubblico – ha aggiunto mostrando simulazioni grafiche dell’impatto visivo dell’incremento ipotizzato delle altezze – si tratta di trasformazione urbana complessa a fortissima componente commerciale di cui va valutato l’impatto complessivo sulla città e il carico urbanistico a fronte di una viabilità già congestionata, considerando che verrebbero aumentati i flussi non solo nei giorni di partita, ma tutti i giorni. In assenza di un inquadramento urbanistico completo, si rischia di approvare un progetto alla cieca”.

“Non si sta dicendo di non fare – ha concluso Pierpaoli – ma l’auspicio è molto semplice: trovare un equilibrio tra valori urbanistici e paesistici che dimostri un bilancio positivo, anche attraverso un percorso di dialogo strutturato tra stakeholder, amministrazione pubblica, residenti e anche tifosi. Tutti passaggi, però, da fare prima e non dopo”.

“La legge prevede che un progetto di questa portata, rilevantissimo per gli impatti sociali, economici e ambientali debba essere discusso pubblicamente, cosa che purtroppo fino ad oggi non è stata fatta – sono state le parole dell’avvocato Dini – a fronte di un aumento di posti a sedere tutto sommato irrisorio, il progetto prevede un importante sviluppo delle funzioni complementari, come prevede la Legge Stadi. Approvare il progetto oggi, però, è pericolosissimo perché non ne non ne sappiamo praticamente nulla”.

Quello che sappiamo, ed è uno dei nodi del ricorso al Tar – ha aggiunto – è la questione del piano economico finanziario: la Conferenza dei Servizi non ha esaminato in nessun momento il piano economico e finanziario perché il documento non è stato volutamente discusso. L’amministrazione comunale ha, infatti, dato mandato ad una società di consulenza esterna che ha evidenziato un forte squilibrio tra benefici pubblici e privati e l’assenza di servizi in compensazione. Un parere che non è stato diffuso tra i partecipanti alla Conferenza finché l’abbiamo fatto noi e la nostra richiesta di ricorso è stata fatta ora proprio per ridiscutere queste decisioni, finché siamo ancora in tempo”.
“Tutti siamo d’accordo che il Calcio Como è una risorsa per la città e merita un impianto adeguato ed è anacronistico pensare che sia costruito fuori città ed è chiaro a tutti che il calcio ovunque sia diventato un’industria di cui lo sport è solo una piccolissima parte – ha chiarito Elisabetta Patelli ricordando le mille diramazioni del business creato dal Calcio Como in città – un business di questo tipo può essere accolto da una città come la nostra, anche se sta subendo pressioni turistiche che abbiamo sotto gli occhi tutti io giorni, però è necessario che il tavolo della trattativa sia gestito da un’amministrazione pubblica che sappia mettere sul piatto della bilancia un’alternativa progettuale sostenibile e non distruttiva che abbia una controparte, dal punto di vista infrastrutturale, migliorativa della vita dei cittadino e non quello che oggi appare come un elefante in una cristalleria. Il tutto nonostante squilibri, evidenziati dalla società di consulenza del Comune, come, ad esempio, la mancanza indicazione di un canone a fronte di una concessione di 99 anni, concessione di aree a titolo gratuito con ricavi al privato, come il Pulesin, o la scelta del nome con i ricavi che ne derivano. Con, però, in capo al Comune tutti i rischi d’impresa come l’aumento dei costi di costruzione o la diminuzione dei ricavi prospettati. In questo, ‘Semm Cumasch’ sembra più una vernice di ipocrisia, e lo dico con dispiacere”.

Altro tema sensibile, quello della vicina scuola Corridoni per la quale l’amministrazione comunale ha decretato la chiusura, con la proposta di abbatterla per farne un autosilo che ha portato a un ricorso a Tar promosso dai genitori (qui la cronaca di questi mesi).
“Chiudere le scuole non è un tabù, se fatto con criterio. Ma in questo caso non esiste una logica nella decisione di chiudere la Corridoni e tutte le cose che sono state dette per giustificarla sono false – sono state le parole di Simone Molteni – in questa scuola, infatti, non esiste l’inverno demografico, bensì la primavera visto che continua ad essere piena di alunni e anche di bambini iscritti al suo centro estivo. Inoltre, proprio perché piena, è tra quelle con i costi di gestione per alunno più bassi in città, quindi non regge neanche il parametro del risparmio economico. Senza dimenticare i soldi spesi dall’amministrazione Landriscina per rifare il tetto, anche se ora si è deciso di non concludere il cantiere lasciando incompiuta la facciata. Ricordiamoci, inoltre, che né nel PGT che nel programma elettorale dell’amministrazione compare l’idea di abbattere questa scuola per fare parcheggi, previsti invece in altre zone, e dei milioni di euro annunciati sulle scuole, due alla media Foscolo e cinque in via Fiume, non si è ancora visto nulla visto che non solo non sono partiti i lavori per accogliere gli ex alunni della Corridoni, ma non siamo neanche a livello di progettazione”.

“Per un progetto come quello dello stadio mi sarei immaginato un concorso internazionale, invece si continua a secretare i documenti e uno studio come Populus (lo studio di architettura incaricato dal Calcio Como di realizzare il progetto per il nuovo stadio Ndr) non ha proposto un dibattito pubblico come fatto in quasi tutti i suoi lavori. Eppure, è cosa nota, un progetto partecipato è più veloce e corre meno rischi di stallo – ha detto poi – in chi vive a Como c’è la legittima preoccupazione che tutta la fascia a lago diventi ad uso esclusivo non dei cittadini, ma di turisti con un diverso potere d’acquisto”.
La parola, quindi, è passata al pubblico dove spiccava un nutrito gruppo di tifosi del Como, purtroppo in parte defilatosi prima del dibattito conclusivo. Qualche domanda, però, non è mancata a dare voce anche a chi lo stadio lo vive nel vero senso della parola e che, forse, fino ad ora ha avuto poche occasioni ufficiali di esprimere il proprio punto di vista.
“In passato, gli spettatori erano qualcosa come 25 mila e l’impatto a livello viabilistico e sociale era molto diverso da quello che è adesso, con uno stadio non più frequentato dai comaschi che ci vanno a piedi, ma da gente che viene da fuori – ha evidenziato Enrico Levrini, rappresentante degli Storici del Como – per noi tifosi la cosa più importante è non dover andare a giocare la Champions a Udine. Lo stadio va fatto secondo le regole e il Comune non tirerà mai fuori i soldi per rifarlo, quindi questa è un’occasione da prendere ma dobbiamo essere furbi e andare tutti d’accordo e non far partire una campagna elettorale anticipata che non serve e crea solo polemica”.

“Dov’era il Comitato quando le amministrazioni precedenti hanno lasciato andare in rovina lo stadio? E quando vent’anni fa c’era ancora la possibilità di fare la Borgovico bis e hanno permesso di costruire in quella zona impedendo la possibilità di realizzarla? E chi ha permesso di costruire i condomini alle spalle dello stadio, che era già una zona da tutelare?”, sono state le domande di due tifosi, Davide Verga e Mario.
A queste domande ha risposto punto per punto l’architetto Pierpaoli: “Dove eravamo quando lo stadio cadeva a pezzi? I cittadini sono sempre stati qui e sono sempre stati parte lesa di questa vicenda. In particolare noi, come Ordine degli Architetti, già dal 1984 ci siamo battuti perché si individuasse un progetto urbanistico e di risanamento della struttura – ha chiarito – per quanto riguarda invece la cosiddetta Borgovico bis, è ancora presente nel Piano Regolatore prevalentemente in galleria, si tratta solo di impegnarsi a farla. Sicuramente, però, se si costruisse davvero un autosilo al Pulesin ne verrebbe ostruito definitivamente l’accesso”.
Infine, per quanto riguarda la costruzione dei condomini nella zona di viale Masia e via Recchi: “Quegli edifici risalgono agli anni Sessanta, in cui si prevedeva una città da un milione di abitanti e vanno visti in quella mentalità, che oggi non confermeremmo più – ha detto infatti – quello che però deve emergere da una serata come questa è un altro: non si può ragionare per aut-aut, o si fa così o non si fa niente. Questo è un punto di vista sbagliatissimo mente quello che serve ora è dialogo”.
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